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30 enero

Da Conrad, come Beckett

 

Le parole ruotano confuse nel pensiero, sono frammenti spesso in lotta, frapposti l’uno all’altro, difficilmente conciliabili. C’è una chiave da trovare, un codice proprio che rivela la combinazione. Il gioco diventa perfetto. Ed è scrittura, di nuovo. Non disturbarmi.

Una corsa è un viaggio senza metà, è un movimento di invenzione, è un arpeggio che accompagna il ritmo dei passi, i capelli scomposti, l’aria fredda che per le narici scende giù, o sale. Nella testa. ‘Read my mind, but i can’t’.

Ho corso per prendere un treno, non perchè fossi in ritardo, neanche per omaggio ad un certo cinema che rende ogni partenza una rincorsa all’ultimo respiro per salire nel vagone, o per un addio strozzato. No, ho corso perchè ciò significava accordare la mia musica al ritmo accelerato che di lì a poco la macchina motrice avrebbe impresso a tutto il treno, al mio bagaglio, a me stesso. Non volevo essere colto impreparato, non volevo subire lo stress della perdita del codice, che immancabilmente sarebbe sopraggiunta qualora fossi stato colto alla sprovvista, senza iniziativa, senza immaginazione.

‘You weren’t there, do you know what i am feeling?’. Sentimenti, bocconi amari che rimangono a metà percorso, la bocca asciutta, il respiro lento, gli occhi pesanti, che si posano con indifferenza un po’ ovunque, fino a che non si posano sulle pagine di un libro che conosco alla perfezione, la copertina rossa e le pagine ocra che trasportano altrove. Sono momenti difficili da cogliere, impossibili a descrivere a parole. Il resto non conta nulla. Sono istanti forti, martelli che rompono i doppi vetri di un ufficio a piano terreno, alberi divelti dal suolo, pioggia. Tanta pioggia. Invento con una nuova lingua, credendoci un po’ di più.

Leggevi attentamente, i treni francesi sono silenziosi, ma eravamo sempre agli attimi prima della partenza, le valigie disposte velocemente, i posti da attribuire (pardon), le porte che si chiudono, gli avvisi della voce metallica che ci augura un buon viaggio e ci consiglia i panini caldi e il cappuccino liofilizzato. Niente, la sola distrazione, la minima incombenza erano i capelli che con regolare intermittenza, cadevano avanti e andavano rimessi a posto. ‘Moi, je trainais mes yeaux ailleurs’, ma sì, ti guardavo con discrezione. Perchè ho voluto vivere quella corrispondenza letteraria, quel riflesso di sofferenza, quell’occasione sfumata, consapevole e bastarda, che il testo ci ha insegnato a fare nostra. Sotto altri riferimenti, con pretese opposte, la tua attenzione era la mia, i tuoi occhi seguivano le mie parole e il viaggio, la creazione del mondo, per un’ora così ci è appartenuta.

‘There was no pain’. Era tutto luce, ovunque. E per un momento ho desiderato che il mondo fosse così per sempre: un tripudio devastante e rigoglioso di luce e colori, il riscatto di una terra piena d’ombra, falsamente elegante, gretta e dipendente dalle passioni. Una composizione aleatoria, una lingua divinamente arbitraria, un prisma di norme in un caleidoscopio di segni scelti in alto.

‘But i wasn’t there’, altra occasione persa,

 

 

 

Tra Dotto,

 

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Alino

20 enero

fuoritempo (interlude for a freaking prof)

 

Come un sacrificio pieno di pregiudizi vesto a nuovo il mio ruolo.

No, non è cambiato niente ed è certo e provato che condividere emozioni, sapere, incontrare, non ha niente da spartire con i gradi della maturità critica.

Non è triste e non ci deve essere pietà verso qualcosa che mi pervade e mi lascia fottutamente lontano da tutto il vero che mi circonda.

Qualcuno mi direbbe, che è questione di lirica, o di trascrizione poetica inserita con forza un po’ dappertutto, per celebrare il coraggio nefasto di chi cerca le idee con il naso in alto per rifiutare il confronto umano. Come se non fosse una menzogna, come se non mi tenessi in bilico costante.

L’errore iniziale o la fine di Utopia, le vecchie strade che devono passare, come i fallimenti che non possono mai essere chiamati così perchè sarebbe anche questo un abbaglio. E dovrei partire, quando è così dovrei partire, per cercare i nuovi inizi, gli sbagli necessari a conservare i tratti di un’esistenza incoerente, persa fra gli ideali e gli armadi ben chiusi.

‘Alino,noi i sogni non ce li abbiamo mai avuti, lo sai’. Ma vedi, Vitto, se quei sogni ce li avessero rubati? Se anche ci può essere una sola possibilità che ce li siamo fatti sottrarre una sera che eravamo distratti, assopiti, forse rinchiusi in qualche stanza a ridere sottovoce? Io ricordo una sera che ti prendevo in giro quando dicevi che saresti voluta diventare una giornalista e andare nella Grande Mela e tu facevi la stessa cosa rispetto al mio desiderio di continuare con il teatro. Non erano sogni quelli?

‘Alino, il mondo non è per noi. Quelle parole erano l’aggancio perenne ad un’adolescenza, a una giovinezza mai avuta. Noi siamo passati dall’infanzia direttamente a quello che per noi sembra opportuno sia l’essere adulti. E non è detto che non siamo ancora soltanto che dei bambini’.

‘Why did they make us so suffer, if everything would get this for end?’ Penso a queste parole e non ti ascolto più, scusami.

Vivrei in una stanza grande con un camino alto e oscuro, le pareti rossastre in cotto, i soffitti che si perdono metri e metri più in alto. Non vi vorrei letti, solo un piccolo lavandino in pietra e un grande e lungo tavolo con dei libri sparsi qua e là. Vorrei solo camminare per respirare quell’aria alla ricerca di uno specchio nascosto dove poter cercare un inizio da scrivere, un anagramma ripreso dalle pagine indurite di qualche raccolta antica, riflesso, anch’esso, in uno specchio. Mi piacerebbe sapere che i miei passi producessero un leggero scricchiolio dovuto al letto di foglie di mandorlo e ciliegio, che avvertono il passeggiatore della loro presenza con quei ‘click’ secchi e schietti. Io camminerei così, nella penombra, ‘longing for the subtle notes in between’, le uniche che saprei trovare veramente.

Sai, non credo che ci possiamo definire un riflesso generazionale, io non posso attribuirmi questa parte perchè scenderei a compromesso con una società che attende una progressione nella scala fallimento/riuscita su più fronti cui io non posso partecipare.

Il malessere è una colonna sonora così monotona quanto strettamente personale. Sono le dita su un pianoforte o il nervo su un violino, è un suono pulito che gli altri percepiscono distorto e mal amplificato. Non c’è più niente dietro, non si può cercarne le cause o sperare di poter accordare lo strumento o migliorare l’orecchio prestando più attenzione.

é solo mio, è solo tuo, è per ognuno, ‘the quartet of thresholds of revelation’.

 

Camminando,

 

Threshold

 

 

 

 

Alino

02 enero

A call to arms

L'anno nuovo si carica delle aspettative consuete: c'è sempre chi deve recuperare del tempo perduto, i rimorsi di scelte sbagliate, gli obiettivi mai raggiunti e la serenità che viene augurata a destra e a manca..chissà forse, tutto questo deve essere veramente portato dall'anno nuovo...

Io faccio iniziare lentamente questo 2009, perché non devo aspettare niente di diverso, niente di più di quello che ho già a disposizione, per sempre rimandato, allontanato nella speranza di conservare il desiderio lucido e intatto, lo specchio di un'ubriacatura mai raggiunta volontariamente.

Non è la conclusione di un lungo dicembre a darmi lo spazio di una speranza fatua, non è il tepore fiabesco dei primi giorni di gennaio, il surrogato di una partenza, di nuovo dovuta, lontana da me, lontana quanto una sincera imperfezione, a creare le aspettative da deludere: no, non vivo niente di tutto ciò e così continuo ad apprezzarmi alla cieca, io, cieco, come il vapore freddo che mi sale lungo la colonna vertebrale, di pomeriggio, il contrappasso di uno spirito violento, domato con i miasmi.

Questo spazio privilegiato, io l'ho già ogni notte, quando, ultimo cittadino, raggiungo il mio letto e le pagine di un libro mi assorbono per pochi minuti soltanto, difficilmente strappato alle fantasticherie di una mente stanca e vivace, che sogna già, e idealizza, il futuro che non potrà mai avere.

'Utopia is a better way, beyond good and evil'; è un affresco quotidiano, dove non c'è posto per l'obiettività ,dove non c'è un ruolo da giocare, o una posizione da difendere, ma gli opposti si conciliano e nessuno è rigido, i corpi danzanti slittano l'un sull'altro e le coreografie più armoniose non hanno un palco, non hanno spettatori ad applaudire, ma ogni uomo copre il volto altrui con il palmo della propria mano, non per curare, non per alleviare la sofferenza, o per asciugare una lacrima, solo per mostrare all'altro quanto è bello tornare a vedere, dopo che si è privati dello sguardo altrui per qualche istante.

'La gente pensa a noi infinitamente meno di quanto noi crediamo', sì, forse è così ma 'Duality is self-perpetuating: me and the importance of being other. Friendship. It feeds only on itself since the dawn of time'.  E all'alba, ho già abbandonato Utopia; la mattina io corro ancora sul filo del mio lungo secolo, cavaliere armato, devoto alla difesa strenua delle mie priorità dualistiche, del coronamento fuori epoca di una giostra vinta con impegno, il tripudio di luci e colori caldi e tenui, come un trionfo che solo un mosaico bassomedievale potrebbe celebrare.

Cosa c'è in questo piccolo mondo reale che mi appartiene? Cosa è custodito fino all'ossessione e all'incoerenza critica?

Le tue, le vostre voci cadono rimbombando fra le pareti cave di piombo, delle stanze che io rispetto. E so che, se avvicinate l'orecchio, sentirete il vostro eco in lontananza, metallico, quasi automatico. Ma pur ci sono. E io le conservo quasi tutte.

Mille piccole esplosioni sconvolgono i flussi interni, mentre la superficie riflette il fulgore abituale. Il vostro, il tuo.

Per appressarm' al ciel dond'io derivo

Alino