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30 octubre The laws I break
Mi servirà più di questo. Of course it won’t be enough. Errori cui uno spirito versificatore non può più rimediare, sbagli che fanno male agli altri e che svuotano il mio cuore piano piano, le trame di un ideale che non tiene in conto dei pericoli di uno spazio troppo grande che purtroppo ha sempre cercato, le paure di mille case, di strade che non finiscono mai, di luci che corrono come pazze, le perdite che non hanno definizione, non hanno storia, ma riempono di tensione il futuro, i sentimenti celati, confusi come il vociferare dei vicini, veloci, leggeri, quanto il vuoto che li asseconda, le speranze e i sogni affidati a quelle corrispondenze di cui è banale segnare i percorsi. Troppa paura di perdersi dentro, la pace finta nel cuore, indotta e ingenua con il tempo che sta per scadere, le delusioni sempre più grandi perché riflesso di ogni rapporto, di ciò che è ricevuto, delle pretese degli altri, l’insistenza ciclica delle circostanze, dei giorni che non hanno un punto fermo, mai un traguardo, la presenza di spiriti che gridano i diritti delle origini, del sangue, di tutto il mondo dimenticato, l’inconsistenza di una scusa, i colori falsi di un’identità sospesa per sempre, o meglio ritirata e lasciata al più bisognoso, i pallidi riflessi nivei di un cielo sempre uguale, i rimpianti abbassati come la saracinesca di un garage, dove una macchina d’epoca non sarà mai finita di essere riparata, il gelo, fuori, salubre e piacevole, contro il gelo dentro, ormai attitudine, ormai canzone, le mattine lunghe in cui la lingua straniera non esce mai dalla bocca, se non piena di errori e lacune, la follia delle attese, i soffitti disegnati con crepe e angeli, la preveggenza stanca che non regala più emozioni.
La certezza di osservare il mondo da due finestre dai vetri puliti, senza lacrime, con la solidità morale di chi, unico e solo, può andare avanti,chiudendo la porta. Sì, chiudendo la porta dietro di sé. Fluor, phosphor, lumen, candle,
Io, fratello minore di me stesso. 21 octubre I cannot keep what isn’t mine (Risposta ad una vecchia lettera)Ci ho pensato un sacco di volte negli ultimi giorni, in questi giorni tutti uguali, in cui mi soffermo a guardare le colline dietro casa mia, appena svegliate dall’alba. Ci ho pensato, gli occhi rivolti a questo mare, che ogni volta rivela una sfumatura diversa di colore, ma che non mi comunica ciò che vorrebbe. Ci ho pensato fra i piani della torre della Normale, quando per ore cerco dei libri (sempre i più vecchi e malconci) e le finestrelle mi offrono i tetti delle case in centro, sempre imperfetti, troppo rossi, con le tegole dissestate e la cupola del Duomo e il campanile della torre pendente che li sovrasta e mette a nudo tutte queste imperfezioni. Ci ho anche pensato nei lunghi weekend trascorsi al chiuso di casa, nelle ore passate a correre fra i boschi per sfuggire l’odore della recente vendemmia, quel mosto così dolce che quasi mi offende. Ci pensavo e non capivo. Semplicemente non sapevo. Poi ho saputo, ho letto. E non ci ho pensato più. I rapporti mutano ad una velocità incredibile e si portano via nella corsa la certezza dei sentimenti. Lasciano un vuoto, una perdita di equilibrio, come quando la maestra alle scuole elementari fa uscire dalla classe l’alunno più irrequieto e chiassoso. Passano i minuti e il silenzio si infrange. Lentamente, impercettibili, si formano già i deboli cori dei nuovi brusii fra i banchi. E torna tutto come prima. Non ci sono le privazioni assolute, perenne, nei sentimenti. Non esistono, almeno che non siano autoindotte. Si formano invece dei grossi sciami d’api, veloci e vorticosi, destinati a placarsi. E le figure riprendono i loro contorni, i colori di un tempo. Cambia soltanto il punto di osservazione. Così mi sono stupito di come alcune persone siano diventate le prerogative assolute del mio benessere. Esistono in virtù di un saluto veloce passando in bici, di un messaggino di testo che quotidianamente illumina la giornata, di piccole soste con l’amico di sempre dove si stabilisce ogni volta una doppia comunicazione: quella delle parole e quella degli occhi, che completano e arricchiscono di particolari i lunghi discorsi; i pomeriggi in biblioteca con le primissime persone conosciute a Pisa a ricordarsi degli appunti che prestavo a tutti, a ripetere, per ore ed ore: ma che fine ha fatto quello?, senza mai conoscere la risposta esatta; i vecchi coinquilini, che mi aspettano puntuali per laurearsi con me, tanto non abbiamo fretta, noi. Tutto questo era prima in secondo piano perchè pensavo a chi avevo perduto, a chi non riuscivo di incontrare, per parlare, per prendere un caffè e avere voglia di berlo insieme, o semplicemente incontrarsi, per fare uscire le parole, un tempo normali fra noi. Non accadeva, forse non ne eravamo consapevoli, o forse non lo volevamo nessuno dei due e la mia risposta sarebbe dovuta arrivare, così come è poi è stato. Da fuori. Cercavo gli errori e i torti da imputare o da assumere. Convinto che dietro un cambiamento così netto, vi dovesse essere una bugia, una frase riportata per assurdo, una mancanza. Il gioco delle reazioni, l’unico che ero capace di incolpare perchè certamente era più agile che capire. E condividere. Mi sono torturato un po’ così, cercando il tempo, l’occasione che non avrebbe portato a niente, attribuendomi un diritto alla parola, che ormai ho perso il privilegio di esercitare. Ho saputo. Ed è stato bello. Bello come la luce che il suo volto ha imparato a riflettere, bello come il suo passo, aggraziato ed adesso elegante, bello come la felicità che ora è capace a vivere. La natura umana esprime la propria identità sociale, affettiva, nell’evoluzione dei legami. Si tratta di incontri, di rotture o di condivisione. Sì anche questo. Io preferisco tuttavia parlare di tempo e di progressione. Poco importa la natura di quel legame, non è presenza, non è vuoto; è invece una lenta evoluzione collettiva, che spesso è scossa da rapidissime rivoluzioni interne che mutano gli oggetti in campo, ma non il canale che permette loro di comunicare. E mantenere vivo il desiderio dei sentimenti, in nome di tutti noi. Ho trovato la risposta. Ho capito. Posso vivere degnamente anche io. Non so se riuscirò a parlare, intendo materialmente, perchè il tempo mi è tiranno. Un’altra volta ancora. Ma almeno per questo antico punto di sospensione, io so di poter essere in pace, grazie alla grande gioia di vivere che ha saputo scoprire. Non si ritrova tutto (pronto ad aspettare) così come di tanto in tanto si può leggere qua e là. Ed è così che deve assolutamente essere. Ora posso partire di nuovo.
Le mie eterne intenzioni,
fratello minore di me stesso. 14 octubre arriving too late, and leaving too soonCammino un po’ affannato, con il peso dello zaino, il volto in aria, liceale, per raggiungere in fretta in furia la stazione, per tornare a casa. Ogni sera. Mi piace questo quarto d’ora, speso fra me stesso e la folla delle persone, le bici che mi sfiorano, le voci sempre troppo alte nei bar. E poi le borse che battono sui fianchi, le valigie con le ruote sui mattoni scomposti, le suonerie assurde dei telefoni cellulare, l’odore forte, zucchero e biscotto, dei gaufres vicino alla Feltrinelli. é un quarto d’ora affollato il mio. Decisamente. Così penso che qualcosa non quadri, non vada per il verso giusto, proprio adesso che la maggior parte delle persone cammina in senso opposto al mio. Cosa c’è che non va e che non conosco, non provo, non vedo? I passi delle persone sono generalmente più lenti dei miei, anche adesso mi stufo e volgo gli occhi in su dietro a tre studenti che occupano più del loro spazio, invadono con i loro sguardi la realtà di fuori e la soppesano, la incontrano di nuovo. No, troppo tempo, troppo spazio. Alla fine tutto è ricondotto ad una questione di spazi: da occupare o da lasciare liberi ad altri, con le scarpe grandi e il cuore rotondo. Il mio passo è impercettibile, anche adesso. Mi fermo ed è il vuoto. Mi giro a destra e ricomincio a camminare. Mi vedo su una grande linea di mezzeria, continua e doppia; inconsapevolmente misuro ad occhio la distanza che intercorre fra le due singole fasce e so di non sbagliarmi nei centimetri che penso, nel valore fisso che conservano sino alla fine dei giorni. Io ci sono sopra e forse con troppa leggerezza mi beo del fatto di non essere mai sceso da lì, di non essere mai stato assente, di non avere interrotto la mia marcia, la stessa di sempre. Con facilità ho creduto che alla fine niente si sarebbe modificato, che i sorrisi sarebbero stati gli stessi; qualora la volontà avesse fallito, sarebbero venute le cure farmacologiche e la meditazione in soccorso, stregonerie di oggi e di allora a darmi modo di farmi camminare come un tempo. Un altro passo e molte luci, potrei fermarmi a osservare le vetrine del mio negozio di scarpe preferito. Forse lì, avrei anche visto la mia immagine riflessa nel vetro, e avrei valutato la capacità riflettente di quel materiale, l’avrei inserita nella mia scala mentale. Quei giochi di sempre che tornano a momenti, meccanismi involontari di una mente che ha sempre ricondotto gli aspetti materiali dell’esterno, ad un ordine precostituibile. E ne ha fatto una tesi di laurea, o di vita (way to go, dude!) di dubbio riscontro. Ma torno al lessico immateriale, morale e romanzesco. Dove non sono cambiato io, e sono molti i casi, è cambiato il resto. Impercettibilmente, ogni incrinatura è diventata un bel contorno, levigato, pulito, dimentico del vicino di una volta. Succede così e non è possibile porvi rimedio, perchè non si tratta di errori, o di sbagli alcuni. é così. Punto. é anche giusto, è sano, cazzo, è prima me ne faccio una ragione, prima godrò appieno del nuovo bene che un giorno o l’altro incontrerò. So che devo sbrigarmi, che quel semaforo rosso non diventerà verde più velocemente per le pressioni continue che quel signore in cravatta esercita sul pulsante. é sufficiente un impulso e il timer interno scatta da sé. Basterebbe arrivare in tempo, contare i secondi dall’ultimo verde per sapere quando ritornerà il prossimo. In questi momenti vorrei mettermi a sedere per riposare il dito del piede che mi fa male, che impedisce agli zuccheri di circolare uniformemente nel mio corpo. Quel dolore pungente non è coperto dal surplus di serotonina che assumo regolarmente, fa impazzire il mio sistema nervoso e vorrei potermi fermare. Ma non è così che ottengo il mio obiettivo. Come in questo tempo, ormai, in cui non ho facoltà di capire e bacio la fronte a chi mi protegge, a chi mi sorride, a chi mi spia di nascosto, felice di rivedermi. é questa la direzione che devo prendere, con i piedi e con la testa. é il binario sei, è una nuova dedica, personale e gratuita. Il coraggio di una volta, l’universo del non-detto, evidentemente non può essere tutto vissuto con gli stessi occhi. Io ancora non mi adeguo, mi stupisco, ma in fin dei conti già capisco. L’indifferenza di oggi, sarà la qualità di un domani.
Domani,
Io, fratello minore di me stesso. 06 octubre Skizophrenic, Skizophonic (mind protection spell)
All'inizio. C'ero io e c'eri tu: io amico, io guida, io per tutti. Tu solo, tu altro, tu nobile e distante. Nazional-popolare, io. Radical-chic, tu. E mi domandavo come io potessi parlare con tutti tranne che con te, io così uguale a te (o a me, se volessi giocare troppo con la pazienza di chi legge e anche di chi scrive), mi stupivo di quanto fossi dentro a questo mondo, più di te, io più avanti, sempre, ma di misura. Non sapevo quale fosse la distanza da compiere, il passo giusto da fare, quel contatto da stabilire in qualsiasi modo. Non sapevo veramente come fare. Ma, impaziente, agitato, nervoso e confuso, io, io ero me stesso. Poi il modo l'ho trovato, inconsciamente, banalmente ed è stato un traguardo, una boa di protezione, un riassesto generale. Un temporale, passato, lascia ancora l'eco lontano dei fulmini scaricati a valle. Adesso, ci sei tu e poi ci sono io. Tu amico, tu guida, tu per tutti. Io vivo, io sereno, io un po' più solo. Tu la bocca, io l'orecchio. Il poeta e il rimatore, la voce e la base, Plutone e Caronte. Così mi adatto a questa nuova fase della mia vita: un passo avanti nella conoscenza di me stesso, un balzo indietro nel confronto sociale. Sei tu avanti adesso, io, di misura, ti seguo e non ti abbandono, farai tu bella figura per entrambi e se vuoi, mi farai un resoconto di quello che succede fuori di noi, a scelta tua. Io non chiederò niente, perchè finalmente ho fuggito le ansie e le paure. Grazie, sì, ti ringrazio, per quello che stai facendo per me, dentro di me. é strano ma so che parte tutto da me, forse sei tu che intervieni come proiezione del mio io, empatico. Sì alla fine pur sempre di empatia si tratta. Grazie a Dio. Terrò per me invece le ultime esitazioni che ancora incrostano le terminazioni nervose. Sì, sono secondo, ormai e lascio che così sia per molto tempo ancora, ma stranamente sento che il tuo mondo non è il mio, la mia campana di cristallo non protegge che un universo dove statuine di carta pesta sorridono in piazze di polistirolo, dentro le case di cartone ridono e scherzano, mentre fuori un vecchio manichino porta a spasso un cane di plastica legato ad un collare di filo da pesca. Un presepe, tu dirai, sì, un presepe luminoso, risponderò io. Tutto vi tornava dentro, tutto aveva senso. Ma non ha niente a che vedere con il mondo vero che mi porti in dote. La violenza e la crudeltà delle strade spazzeranno via il mio Eldorado in miniatura, le invidie e le gelosie come torrenti in piena finiranno di travolgere ciò che resterà ancora in piedi di questo plastico. Ma con calma, passo dopo passo, io non mi accorgerò di niente. Sai, ma sì, sai, te lo dico, (o me lo dico?!? I know this sucks, sorry) inizialmente volevo proteggere ad ogni costo questo mio stupido cartone, come se significasse per me integrità e il gusto di qualcosa di esclusivo, caratteristico. Lo volevo fare. Ma non si scende a patti con te. E sarebbe ingiusto e irriconoscente, dopo tutto quello che ha fatto e stai facendo per farmi stare bene e per raccogliere i frutti della guarigione che mi hai dato. E poi, che senso avrebbe, mi dico, quando alla fine è proprio così che posso toccare un po' più da vicino questa terra che mi sostiene? Così ho deciso di lasciarti fare, di scendere in questo abisso, di conoscere una realtà che non ho mai pensato potesse esistere. Hai ragione, sì mi stai dicendo, qui accanto a me: -sono punti di vista!- Sì, sono punti di vista e non si può combattere ad armi impari, quindi lascio io la mia magia. Fai tu la tua, umana. Capirò molte più cose, ogni giorno un po' di più, grazie a te, vedrò la nostra zona con nuovi occhi, i tuoi e permettimi soltanto di abbandonare gradualmente la paura che alla fine di tutto io non sarò più come prima, la paura che alla fine io non volerò più con le mie ali, la paura che alla fine io non mi chiamerò più innocentemente alino. Il faut toute une vie pour faire un homme. Qualche volta non basta. D'altra parte sei pronto a proteggermi dal mondo, potrei io mai proteggermi da te?
Io,
(secondo) fratello minore di me stesso. |
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