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21 noviembre

Heaven is like San Francisco, isn’t it?

 

Tendo l’orecchio nel faticato
di pensier torbido cielo d’inverno,
in cui forse Eschilo meditò il fato,
                           Dante, l’inferno.
(Giovanni Pascoli,Voci Misteriose)

 

Parlano, parlano, parlano. Volevano tutto e il mondo e i suoi difetti, poche chiese e troppe poche strade.

 

Non ci si fa ad andare avanti. O comunque non con le basi nuove, che pure si devono formare in certe circostanze. é un loop. Ormai l’ho presa così. Non è un discorso di pretese, sarebbe ovvio e vittimistico, l’ho passata questa fase. E la presentazione continua delle stesse fasi, delle categorie relazionali. No, lì non maturo. Anche se si evidenziano delle derive un po’ perverse in questi circoli, cioè, mi rendo conto che si fa strada il turpe, il perverso, la bulimia. Resto di stucco. Incollato al muro di camera mia. Troppo intellettuale il mio modo di pensare e interagire, cerebrale il contatto, che esiste per tutti. Sì, qui inizia e finisce la mia delusione. Cerco tempo per elaborarla. Ma di questo si tratta. E che devo fare allora? Che altro se non accettare e fermare anzitempo al di qua dello specchio.

 

Quand le silence se fait, tu devines que je repars dans mon malheur. Le territoire de mon malheur est ce lieu que tout le monde occupe. Le malheur est une situation géographique.


Passerà. La mia vita passerà.

Ci voglio stare. Io penso tutto il tempo. Io scrivo tutto il tempo. Ogni momento può trasformarsi in parole, può essere un romanzo. Io scrivo tutto il giorno, guardo e so che ogni particolare può diventare uno spunto per la mia arte segreta. é ormai una gioia questa, una grande consolazione. Io mi riempo di pagine tutta la settimana, in metro, in biblioteca, in classe, nei miei licei. Se il reale è in scacco, ebbene io ho le mie pagine. Sono un futuro, sono un burrone, quasi un agonia riflessa e poi gettata con forza sul mio quaderno. Sono appunti, senza senso. Molte pagine poi non verranno mai scritte. Ma ci sono lo stesso. Sono le reminiscenza della mia vocazione interiore. E la scrittura si compone di malessere, di impulsi e di rabbia, di gioia e di respiro affannato. Le poche ore di sonno.

 

La composition d’un livre emprunte les memes route que l’invention d’une amitié. On cherche celui o celle qui pourrait nous accompagner. Le regard se promène sur une assemblée et, soudain, il identifie une gestuelle qui pourrait lui devenir familière. Ici, j’éprouve les memes difficultés et les memes bonheur que dans l’écriture.

 

I licei hanno tutti lo stesso odore. Legno all’inizio, fumo vecchio, sempre rinnovato dalle sigarette nei bagni o dei colleghi alle finestre, cibo, e l’odore della polvere riscaldata dagli schermi dei computers. A volte mi sento male, mi manca l’aria. Credo di aver passato tutta la mia vita in un liceo. Non lo trovo giusto, non so perché.


M’expliqueras-tu pourquoi tu ne parles pas plus souvent? J’aurais besoin que tu me dises des choses, mais tu ne parles pas, ou si peu. Souvent tu baisses la tete vers le bas, dans une geste de résignation.


Allora io guardo le mie mani. E le comparo a quelle di coloro che mi sono vicini: i ragazzi che interrogo, i professori con cui mangio a mensa, le persone sul mio bus che le tengono seminascoste nelle tasche, tra le pagine di un libro. E allora mi piaccio. Mi sento sereno. Come una mattina da nascondere al tempo al sole che sale.


Je m’en veux pas de mon silence, Je n’éprouve pas de culpabilité. Non, je suis en train de sauver nos vies de l’oubli. Raconte-t-on jamais autre chose que sa propre histoire? Je ne te dois rien. J’accorde beaucoup d’importance à qui que ce soit, mais tout cela s’inscrit dans une territoire. J’ai mes territoires.

 

Ma nel delirio, c’è la speranza. C’è quell’ottimismo che mi fa terminare un post malinconico in una perla, tutta mia.

Per questo per quei pochi che arrivano alla fine di questa pagina non conclusa e senza senso, per me, riporto la più bella pagina di tutta la letteratura teatrale che io conosco. é Harper che parla, è straordinario il suo personaggio. Credo più in me stesso ogni volta che leggo questa pagina. Lasciamola parlare.

HARPER: “But I saw something that only I could see because of my astonishing ability to see such things: Souls were rising, from the earth far below, souls of the dead, of people who had perished, from famine, from war, from the plague, and they floated up, like skydivers in reverse, limbs all akimbo, wheeling and spinning. And the souls of these departed joined hands, clasped ankles, and formed a web, a great net of souls, and the souls were three-atom oxygen molecules of the stuff of ozone, and the outer rim absorbed them and was repaired. Nothing’s lost forever. In this world, there’s a kind of painful progress. Longing for what we’ve left behind, and dreaming ahead. At least I think that’s so.”

 

 

 

Periferico,

 

safe7

 

Alino

07 noviembre

Sort of

Qualche volta non funziona e non so spiegarmi il perché. Magari ci penso troppo. O troppo poco.

Potrei vivere così cento anni, forse anche di più. Nel mare piatto come una tavola, diresti che la nave scivola senza neanche toccare la superficie marina. L’acqua che corrode la carena, la patina che la ricopre, tu, non ci penseresti, ma continueresti a guardarla andarsene via, così leggera.

é il gelo di questo inizio di novembre che mi corrisponde. La mattina sale con difficoltà e dalle finestre della mia camera gli edifici vicini sembrano dei disegni incompleti, gli schizzi di un artista concettuale. Mancano i tetti e non si vede l’inizio del cielo, poichè tutto è reso tenue e impalpabile da una nebbia fine e fredda. Camminando fra i viali non vedo la cima ormai spoglia degli alberi o le cupole dorate del nuovo liceo in cui insegno. Me ne accorgo però soltanto all’ingresso; per tutto il tragitto a piedi io non ci avevo pensato, non ci avevo fatto caso. Sono questi attimi che hanno il potere di destabilizzarmi, di svegliare la coscienza e spezzare la brina che avvolge l’anima. Sono momenti di luce e sorriso, il pensiero che cerca le note piacevoli delle nuove piccole scoperte, di coloro che sono comparsi, così e in virtù di questo mi hanno fatto sapere che c’ero anche io, per loro, in un aula studio, in un tavolino vicino, sullo stesso marciapiede, sulla bici incrociata a destra.

Poi dimentico. O meglio li perdo, quasi subito, come quando cerco di ricordare la fisionomia di una persona che ho incontrato una sola volta. Saprei trovarla fra mille, mi dico, eppure se mi metto a riflettere sui singoli tratti del suo viso, l’immagine si deforma, diventa grottesca, sproporzionata. Allora rinuncio.

Non è giusto? E chi lo dice? No, ormai parlo di ruoli, di passi e di armadi. Non posso cambiare questo periodo, a 25 anni si è capaci di una grande rivoluzione, energica e vitale, o si passa alle combinazioni. Mi credevo libero e così lo sarò per tutta la vita. Non libero di scegliere, di essere, ma libero di combinare gli elementi in gioco, i miei frammenti quotidiani e muovermi sereno, sciolto, in questi ampi margini, in un grande reticolo virtuale. Fingere l’assoluto…. no, non posso più permettermelo. é finita la narrativa, ancorata agli specchi di un gioco continuo; si passi dunque alla descrizione con buona pace di chi mi credeva una persona migliore.

I miei piedi si muovono a varie velocità a seconda dei momenti e delle occasioni. Mi sono accorto che generalmente sono velocissimo nel salire le scale, due o tre gradini alla volta, correndo. Faccio molto rumore quando salgo le scale, sono scomposto e maldestro, non riesco a sottrarmi a questa modalità di salire i gradini. A volte mi metto di impegno e comincio con una certa regolarità a muovermi i piedi l’uno davanti l’altro, a salire con decoro, ma è più forte di me: al quarto gradino non riesco più a trattenermi e comincio di nuova la mia rampicata animalesca e mi scoccio di chi mi si frappone nel cammino.

Quando scendo invece sono l’opposto, l’esatto contrario. Scendo lentamente, con troppa grazia oserei dire, come qualcuno che pur sicuro, non sa mai se il gradino seguente potrà reggerlo completamente. In questi casi non faccio rumore, mi muovo elegante e divento io di impaccio a chi mi segue. Anche in questi casi ho provato a darmi una smossa, ma alla fine ho ceduto e continuo così.

Per le strade cammino veloce, a passi non troppo lunghi, ma molto rapidi, leggeri, anche se non riesco mai a impedire alla suola di produrre un suono, qualunque esso sia. Sono sempre rimasto affascinato da coloro che non sento arrivare, si muovono con la leggerezza di un leopardo, sembra quasi che, loro, il suolo non lo tocchino neanche e che vi siano posati sopra, come piccoli frammenti di polistirolo. Io non ci sono mai riuscito, eppure mi sono impegnato, ho provato e riprovato, ma ho sempre fatto rumore. é un suono, è un’ancora, forse devo ringraziare di non cambiare in questo.

Infine perdo l'equilibrio molto spesso, un piccolo tremore, accidentale, fortuito, nei momenti impensabile, tanto basta a farmi alzare le mani e chiudere gli occhi. La sensazione è quella di un ascensore in discesa che fa sentire un po' più del dovuto di essere giunto al piano. In realtà non succede niente, ma io,m in qualche modo, ho perso l'equilibrio.

Ricordo le camminate di moltissime persone. Vittoria è lentissima, mi dovevo sempre fermare, Anna in tre falcate è già lontana metri da me, lizzie non può mai camminare con gli altri, giacomo cammina veloce e guarda in avanti, penseresti che quelle gambe esili siano indipendenti dal resto del corpo, francesco cammina agitando molto le mani, fabio ha un eccessivo ondeggiamento delle spalle, salvo cammina e spesso gioca con i piedi e se li guarda, roxana potrei sentirla camminare dall’altro capo del mondo, nicola sposta un po’ verso l’interno il piede destro, alessandra è l’eleganza naturale e spontanea della camminata, linda tiene molto ferma la testa, sembra che sia concentrata quando cammina, michele, beh michele non fa differenza fra la bici e una camminata, sembra lo stesso, fabiana fa molto rumore, federico non tocca terra, valeria pianta bene le scarpe a terra, federica ama camminare veloce perchè sa che i suoi capelli giocano con le spalle, benedetta si muove a passi piccolissimi, simone è serio nei suoi gesti da abile flaneur…

Di sera c’è una piccola concessione. La nebbia c’è sempre, arida e glaciale, ma le luci ogni tanto riescono a farvi capolino. Spesso il risultato è pessimo, non è altro che una rifrazione all’infinito della tonalità cromatica predominante, che fa tanto inquinamento e che mi ha sempre messo la tristezza nel cuore e il groppo alla gola. Altre volte compaiono i lampioni, ma solo per un po’. Vorrei scendere e dare qualche calcio ai sassolini del marciapiede, per vedere fino a dove potrei continuare a vederli, fino a dove esisteranno ancora, non ancora perduti nelle spire di una descrizione lenta e manieristica, che non serve più. A nessuno.

 

Or something,

 

Propri_Passi_by_RobertPhoenix

 

 

 

 

Alino (in progress)