Mille parole che fuggono oltre quei vetri appannati, che restano opachi. E sanno di sale.
Quest’aria è calda, stanotte. Stamattina. E il sonno non basta. A niente servirebbe aprire nuovamente la porta, creare una corrente, maglia dello stesso percorso. Dal bagno rientrano i sospiri della cucina.
Cammino in un bosco. Il mondo sta per finire. L’inizio, apocalisse vegetale. Ogni albero secca, le radici lo abbandonano. Il vento li rivolta a terra. La mia mano non può fermarli, non riesce a fissare delle trazioni al tronco. E mi sento vuoto e arido. Come loro, come il tempo.
Il ceppo è secco.
Mi sveglio. Sono le 4. Il lenzuolo aderisce al mio petto sudato e le mie gambe, bagnate fino alla punta dei piedi, hanno cercato di scoprirsi. Invano. Odore di pelle, dappertutto. Respiri.
Respiri
Respiro. Alino. Non è successo niente.
Alino. Sono ancora io. Prendo fiato, stralci di integrità distante, riverberi di segnali piacevoli e protetti. Sorrisi e intese, banchi e libri. Borse e corse. Agende perfette.
Freddo e caldo.
Il mio punto di vista resta ancora più alto del corpo.
Su una linea. Soltanto.
Ascoltando la pioggia,