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    November 30

    he found me

     

    Mille parole che fuggono oltre quei vetri appannati, che restano opachi. E sanno di sale.

    Quest’aria è calda, stanotte. Stamattina. E il sonno non basta. A niente servirebbe aprire nuovamente la porta, creare una corrente, maglia dello stesso percorso. Dal bagno rientrano i sospiri della cucina.

    Cammino in un bosco. Il mondo sta per finire. L’inizio, apocalisse vegetale. Ogni albero secca, le radici lo abbandonano. Il vento li rivolta a terra. La mia mano non può fermarli, non riesce a fissare delle trazioni al tronco. E mi sento vuoto e arido. Come loro, come il tempo.

    Il ceppo è secco.

    Mi sveglio. Sono le 4. Il lenzuolo aderisce al mio petto sudato e le mie gambe, bagnate fino alla punta dei piedi, hanno cercato di scoprirsi. Invano. Odore di pelle, dappertutto. Respiri.

    Respiri

    Respiro. Alino. Non è successo niente.

    Alino. Sono ancora io. Prendo fiato, stralci di integrità distante, riverberi di segnali piacevoli e protetti. Sorrisi e intese, banchi e libri. Borse e corse. Agende perfette.

    Freddo e caldo.

    Il mio punto di vista resta ancora più alto del corpo.

    Su una linea. Soltanto.

    Ascoltando la pioggia,

     

     

     

     

     

     

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    Alino