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20 febrero When somethin’ isn’t right
Se le mattine tutte uguali lasciano ancora spazio all’immaginazione, allora questo periodo non è proprio tutto da buttare via. Reclamo il diritto alla reclusione, contro ogni favore condiviso, espressione tetra e falsa di un mondo che mi vuole felice, a modo suo. “When i close the door, i put my eyes through the two windows” con buona pace di chi ha paura di ammettere che la riflessione silenziosa e rubata, il temperamento gentile e scostante, è uno statuto privilegiato, tanto quanto quel benessere apparente o reale, che a me sa di fumo di sigaretta, quell’odore inconfondibile che si deposita sui vestiti indossati la sera avanti e che si espande, una volta tolti, nel resto della camera da letto. “Il y a des choses qu’on ne décide pas. Des événements qu’on voit pas venir. Et quand ils se produisent ou sont au bord de se produire, c’est déjà trop tard. Il y a des chemins qu’on emprunte sans se douter du danger, tout a l’aire calme autour, pourquoi on se méfierait? Il a des gens vers qui on va, sans le craindre, sans rien attendre d’eux, on est persuadé qu’on ne croisera plus jamais leur chemin et puis un jour, ils sont là, à nouveau, devant nous, et on est surpris mais pas inquiet, on leur tend la main. Il ya des moments de presque rien, des minutes ordinaires, mais un beau matin, c’est une fraction de temps pendant laquelle tout bascule” Faccio io parte di queste persone? Se contro tutto, contro me stesso, mi trattengo ancora qua, a grattare con le unghie il fondo del mio malessere, a lottare contro ogni apparenza, a uccidere tutti i miei demoni, o meglio a reincarnarli, uno ad uno. Dovessi cercare il motivo che mi tiene legato a questo spettro di vita, mi fermerei a lungo sui termini ‘destino’, ‘coincidenze’ ‘eventi’, per poi glissare e ricadere su me stesso, sul privilegio dell’inconsistenza, sull’ardore che mi spinge, in controtendenza, a credere in me stesso, a vivere spezzato. "C’est terrible la morsure du manque, mais moi, j’ai fini par croire à mon amnésie. Serais-je foutu?” Ma no, è l’oblio di quegli istanti di crescita interiore, di rinuncia perenne, che mi accompagnano e mi ricordano che la scrittura è un voto, per poca cosa che sia, che amplifica lo spazio del vissuto. Può far paura, e magari è anche bene che lo faccia, è ricomposizione violenta e austera, ha tratti macabri, vince una dimenticanza. Ma ne porta tante altre. Che le immagini devono riempire. “Confused how about as well”. Come tante emozioni, le sere a teatro o all’opera, alla fine della rappresentazione. Gli applausi, lui o lei nel centro, tutti rivolti al protagonista. Amnesia del passato, che risorge trasposta, nell’unica sincera ammirazione, nel fondo spirituale che io cerco, con il battito più lento delle mani e gli occhi lucidi, di sfiorare attraverso l’attore, vecchie e stupide assonanze, che mi fanno sentire in pace. Là il mio cuore potrebbe esplodere, quel cuore così carico, ora mitigato da una penna, da uno scatto, un faro al neon in un piccolo giardino innevato, ai riflessi ‘mauve’ che solo lui può vedere. “Tu connais ce genre de peur qui ne t’éloigne pas de ton désir, au contraire, ça t’excite, ça te donne des ailes, meme si ça peut te bruler. Ce n’était pas une peur bleue. Non. C’était une peur rouge, rouge de sang.” Provo anche questo, con orgoglio, con un coraggio maldestro, che tuttavia è presente, senza sosta e che dovrebbe perseguitarmi un po’ di più , anziché perdersi fra gli odori acri delle aule in cui insegno. Ma l’armonia interna, le liriche che suonano dentro la mia testa la sera tarda, coprono tutto e aprono le vie della stratosfera, scompongono gli aromi e li annientano, embolie nel sangue, le carni leggere e tutto diventa una riproduzione poetica, da scrivere velocemente, da immortalare in una stradina piovosa. Da non vivere più.
"Tu sais, cette pierre que tu poses devant toi, devant laquelle tu te lamentes sur tous tes malheurs, toutes tes souffrances, toutes tes douleurs, toutes te misères… à qui tu confies tout ce que tu as sur le coeur et que tu n’oses pas révéler aux autres…. . Tu lui parles, tu lui parles. Et la pierre t’écoute, éponge tous tes mots, tes secrets, jusqu’à ce qu’un beau jour elle éclate. Elle tombe en miettes. Et ce jour-là, tu es délivré de toutes tes souffrances, de toutes tes peines.” E sento ancora quella melodia. E ti voglio bene. E mi assento ancora una volta. Da me stesso. Lo posso fare, come sempre. Tu continua a suonare. Ancora per me. "Dieu aussi est absent, pourtant je l’aime, je crois en lui."
Crescendo,
Alino 12 febrero Lignes
Ore 15h45. Sono finite le iscrizioni al corso di fotografia organizzato dal comune di Parigi. Dei dodici selezionati (o sembra piuttosto prescelti) manca una persona all’appello, subito rimpiazzata dal primo iscritto nella lista di attesa per eventuali rinunce. Entra la ritardataria: canon al collo, capelli sparsi ovunque, cappotto verde militare, con un forte accento spagnole, scusandosi per il ritardo. Kevin (the irish teacher): Troppo tarsi, madame, lei è fuori! [noi in silenzio, lei stupefatta]. Non sa che hanno postulato in 450 e che lei fa, o meglio faceva parte dei 12 selezionati per questo corso così ambito? Esca subito [Giuro che in francese con l’accento irlandese, suona molto, molto peggio!] E Kevin parla. Lavorerete sulla luce, sui colori, sul movimento e sulla danza. Cominciamo con le linee. Inizierete a fotografare linee, ovunque ne trovate, per la prossima lezione. Le linee. Da lontano le finestre delle case popolari. I traverti di legno che tengono assieme i binari della metro. I binari. Voi siete stati scelte per l’arte. Imparerete a valorizzare l’esperienza artistica che nasce in uno scatto. Voi siete un gruppo che creerà da solo e insieme, immaginerete il vostro talento solitario distruggersi e ricrearsi in questo atelier, fra i modelli che poseranno per voi danzando nudi, con libri in mano o con qualsiasi cosa voi vogliate, i riflettori, le nature morte, la camera oscura e i computer. Il prof. universitario: Dobbiamo funzionare insieme, cerchiamo l’arte, abbiamo un passato, iniziamo a far muovere i primi passi alla nostra storia, data la fortuna che abbiamo di sedere in questo tavolo. Le gocce che scorrono su una finestra contro cui piove a vento, la striscia che lascia il tergicristallo pieno di polvere, la pipì che dalla parete di un muro corre in rigagnoli lungo il marciapiede, fra il marciapiede e la strada, l’acqua che scorre sempre a Parigi. L’acqua fa linee. Io sono un’artista, scultrice e pittrice. Adesso mi riconverto alla poesia per dare linfa nuova al mio talento. Le righe di un pentagramma, la marcatura a piombo dei manoscritti bassomedievali, il sismografo che non rivela scosse nella carta-livello, le isoglosse di una cartina linguistica. L’inchiostro è linee. Io lavoro nel relooking. Io rendo le donne belle nella loro pelle. Le immortalerò nei miei ritratti fotografici, saranno belle per sempre. Le ombre dei rami invernali proiettate fra i sentieri di un giardinetto pubblico, le stecche delle panchine, le lunghe ringhiere… Io sono un commediante. Vivo la passione della foto con la mia compagnia, non mi serve per lavorare, io sogno e basta. Le vene di un braccio magro e veloce come il mio, sempre blu, sempre smisuratamente in evidenza, le rughe di una pelle invecchiata…. Io sono una regista concettuale. Io studio il movimento nelle mie pellicole. Ora lo voglio fermare, per sempre. Voglio fermare gli attimi in cui i corpi nudi si ambientano, si guardano intorno e cercano una sedia, un divano, per sentirsi al loro agio. Faccio sedute a casa mia con amici che spoglio e che copro con valanghe di frutta e verdura. Se volete provare… Le file di lampioni accesi, i campanelli illuminati con il nome accanto, i fari visti da un cavalcavia. La notte e e le sue linee. Io sono un attrice di tragedie. Fallita. Un giorno ho avuto paura e non sono più risalita su un palco. Non voglio più stare dalla parte dell’obiettivo, adesso l’arte la cerco io. Mi voglio scoprire capace, mi voglio sorprendere per il mio talento. Io ci credo. La linea che…da me va a te. O da te va a me. Nessuno dei due lo ha capito. I tuoi occhi blu si muovono troppo veloci e le tue labbra così vibranti in quell’accento parigino che forse ostenti un po’ troppo, hanno confuso il percorso. O ne hanno fatto una perfetta osmosi interpretativa. Le tue parole sono anche le mie. O sono semplicemente le stesse. Io sono un giornalista. Devo trovare uno stile personale per i miei reportage. Voglio che chi vede in una rivista un mio scatto, no nabbia bisogno di leggere la didascalia per scoprirne l’autore. Il tessuto spesso di velluto, le sciarpe fatte dalle nonne, le lunghe cerniere dei cappotti….. Io sono un professore universitario di chimica. La fotografia per me è l’opposto di un lavoro noioso e ripetitivo. Sono qui per tornare a vivere. Le preghiere, anche quelle sarebbero linee, se arrivassero a destinazione, se noi tutti potessimo crederci. Et le jeune homme. Io sono Alessandro, professore d’italiano al liceo Duruy. Sono il responsabile dell’atelier di fotografia per gli alunni, Sono qua per imparare le tecniche da fare applicare ai miei studenti durante le mie lezioni. (balla colossale, ma era la mia motivazione ufficiale!!!).Personalmente (le parole dell’attrice avevano già detto troppo, pure per me) mi interesso alla fotografia dei vecchi siti industriali, delle fabbriche in disuso e dei cantieri di smantellamento, ma con i ragazzi farò piuttosto fotografia di monumenti. i meridiani, i paralleli, gli equinozi, le orbite degli astri e gli spostamenti degli atomi, l’uomo da sempre rappresenta l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo con delle linee. E quale scopo artistico ti ha portato qua, scusa ma non ho capito (domanda posta dall’attrice tragica)? Io, io oggi inizio. Da capo.
Febbraiolo,
Alino 02 febrero Elise’s elegy
Ci sarà meno morale e più orgoglio le parole più leggere, la poesia come unica dea, soste concrete, separate dalle Bellezze dell’ideale, una sedia da cui parlare, solo parlare, per non dire niente, la caduta delle finte maschere altrui, degli egoismi dissimulati, lontano da Utopia, sì, ma lontano anche da questa merda. A volte ritornano, e a volte lo impedirei, con un solo cenno del sopracciglio, soprattutto, soprassiedo, sopraffatto….no ! Chiamami più volte, alla prima non mi volto più, non mi volterò più, domani.
Rosso,
Alino |
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