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31 mayo

Medio

 

L’alternativa è proprio quella promessa di rendersi nei luoghi personali e desiderati, a volte rimpianti.

Il libro fra le mani, la panchina fra gli anziani. Io vent’anni di più. Come sempre.

Leggendo, guardo la gente intorno a me, correre e parlare, sorridere e mangiare. Lentamente mi siedo, con fatica mi sdraio. Noto con un po’ di cinismo che fingo la difficoltà dei movimenti, sorrido fra me e me della mia preparazione agonistica ben superiore a quella dei ragazzi che stanno correndo. Solo questo mi resta?

A metà. Di nuovo attore senza scena. A sud. C’è così poco a cui pensare, mi sforzo con insistenza di rivivere le cause delle forti emozioni di qualche settimana fa, gli amplessi mimati, le grida nascoste, i pianti soffocati, erano poi veri? Quale sia il limite, io non lo so. Non c’è più niente e la verità fugge con i sogni idilliaci. Non cerco niente, non vedo nessuno; normale che sia così. La mia legge, la mia forza è anche la mia condanna. Non scopro niente di nuovo.

A metà. Fra quei racconti che tardano ad arrivare, perché vuoti e figli del silenzio, quel silenzio che è la fase intermedia fra la scoperta di una malattia psichica e le pretese deluse di poterla capire. Quel silenzio è parola, è verità intima che riporta a galla i sogni mattutini, le mie mani che aiutano a far partorire una donna dietro ad un pino. Quale dote era la mia? A fatica ci ripenso, sonnecchiando fra questi bambini rumorosi, uno si stupisce del biancore dei miei piedi….

A metà. Con la testa leggera fra risa convulse e momenti di acuta tensione. I giorni a Roma. I miei alunni sanno che sono il più distante, o il più severo e si tengono distanti. Poi una ragazza mi regala un cappello con la scritta ‘Roma 2009’: alessandro, faut que tu n’oublies jamais cette voyage avec nous, t’es trop super, je te kiffe grave’. Ho capito. Io vi rimprovero le mie mancanze, vi accuso di quello che io non ho vissuto. Vi tengo lontani perché vi ho temuto. Ma grande è ormai la mia capacità di analisi. Ogni storia compresa e in parte guarita. Almeno da stasera, io sono con voi. E,devoto, vi penso.

A metà. Ricordando il cuore nelle tempie quando quella vecchia signora ha messo 10 euro nella macchina erogatrice di biglietti. Era un flash sincero. Anche quello se ne è andato, nella risacca di questo laghetto artificiale, che pure è presente. Il cielo è lo stesso di 12 anni fa, quando dal terrazzo di casa mia ripetevo geografia economica per il compito di fine prima liceo e dicevo che dopo quello sarebbe andato tutto meglio. La prigione e la libertà fasulla, la macchina delle mie compensazioni; è una finta nevrosi che mi ha relegato qua, oggi, in questa età di mezzo, di un uomo che ha raggiunto quello che gli era stato attribuito e lo guarda compiaciuto, ma già distaccato. Io, non ho niente e quella età dovrebbe essere ancora lontana. Dovrei scavare in questa terra asciutta e cercare nuovi profumi contro questo tedio così piacevole. Eppur rimando…

A metà. Divoratore di libri, fotografo senza nessuna pretesa (tu es le meilleur ici, t’as appris toute de suite la technique, tu gères, on peut rien dire sur tes photos, mais…), ‘a lie that I told you thousand times’, vecchie storie, ripetute, sono sempre in cerca di espressioni nuove, quell’arte che fingo di sentire correre fra le vene, continuerò a cercarla, anche quando mi rassegnerò al mio ruolo di impiegato, di fine conoscitore delle eccezioni grammaticali e di tutto quello che sembra essere un insieme chiuso.

A metà. Sotto il porticato del Pantheon, la sera tarda, la terra ha cominciato a girare, ho perso di nuovo l’equilibrio, credo ormai per l’ultima volta prima del grande rifiuto e nuovamente una croce è caduta nel deserto. Ornata di gemme, viola e arancio, dorata e splendente, si è insabbiata lasciando i resti di una toga rossa bruciacchiata. Non ho capito, poi perché dovrei? Non è mai servito a niente e io non ci credo più. Poi mi scopro in piedi, bloccato dal vento, incantato a osservare il movimento dell’erbetta agitata da questa brezza nota. Ma le sensazioni sono ormai perdute e la tecnica non verrà più ripetuta.

Non si può mai smettere di essere quel che si è. No. Gli uomini non sono alberi, ancorati nella terra, sono piuttosto nuvole, o semi spinti dal vento, o navi che solcano le onde e ciò che conta non è dove siamo nati ma dove abbiamo scelto di vivere.

La distanza ravvicinata impedisce di mettere a fuoco. Solo la prospettiva permette di conoscere le differenze, la verità di ciascuno. Ma la prospettiva la crea solo la distanza.

Ognuno di noi ha i suoi altari segreti e i miei sono sparsi nella mia stanza, nelle mie chiese e in queste pagine nelle quali non entrerò mai veramente.

Tutti sognano un’altra vita, un’altra possibilità, ma solo gli artisti ce l’hanno davvero. Ma non può durare.

 

A metà,

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Alino