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    June 08

    Quel nome, o biglietto, non era tuo

     

    A presto.

    E non ci sarai, come non ci sarò io.

    Tra i momenti che preferisco non mi rimane ormai molta scelta. I sorrisi si interrompono da tempo molto, molto prima. Ed è noia, falsa dialettica stirata più volte ad alta temperatura. Una copertina di un libro tascabile o una fotografia stampata su una carta troppo lucida.

    Prenderò dopo quella bicicletta. Egoista, io non lo sono mai stato. Lascerò questa piazza ancorata al sole notturno ai numerosi passanti, alle loro mille voci, alle loro storie, così grandi e vuote. Aspetto la prima spinta e considero quello che non ho e quasi rido, pensando a quel marciapiede che mi appartiene e mi accompagna ogni volta che, deluso, salto una sbarra, calpesto una piccola pozza d’acqua ed è tutto passato.

    Via. Per riprendere aria e tono, per essere differente nello stesso luogo, per scrivere un pezzo e non vederci più.

    Mani legate, i polpastrelli troppo sensibili e i seni messi in risalto.

    Tu, il tuo profilo destro e poi niente.

    Io, colmo di idee, troppo lontane. Ogni senso è disperso fra segni indecifrabili. Firmamento al contrario, questo mi ha allontanato e così torno, salvo, senza volto.

     

    On m’a toujours éduqué dans un monde en forme d’échelle. Ce qui séparait les barreaux n’était ni l’argent, ni la réussite, ni la classe sociale, mais l’intelligence. Jugé sur le code impitoyable des capacités intellectuelles. Appel impossible et peines incompressibles. Dans le grand marché humain, mes parents collaient des étiquettes comme des commerçants. Le prix des hommes était exprimé en unités d’intelligence: supérieure, moyenne, inférieure, nulle.

    Les étiquettes collaient profondément à la peau. Le corps prend des habitudes avec elles et finit par les accepter.

    Mon étiquette d’origine avait été ‘moyenne’. Je suis resté sur cette idée.

    En sa compagnie, je n’ai pas osé faire ce qui m’intéressait dans la vie.

    Je me suis dit que j’avais plus à perdre quà gagner en essayant de réaliser mes désirs et en n’y parvenant pas. J’ai donc jamais pris le risque de rater une rencontre avec mes reves, je n’ai pas pris rendez-vous avec eux.

    Je suis rentré en médecine, parce que mon échec de médecin n’aurait eu aucune importance réelle pour moi. Toute la question est là, dans la valeur de l’échec, son cours sur le marché intérieur. Il peut varier avec le temps, mais pas trop. Spéculation inutile, la valeur accordée à notre échec de coeur ne se dévalue pas.  

                                                                [Antoine Sénanque, L'ami de jeunesse]

     

    Chiudi quella porta. Scendi quelle scale. Senza finestre.

     

     

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    Alino


    May 31

    Medio

     

    L’alternativa è proprio quella promessa di rendersi nei luoghi personali e desiderati, a volte rimpianti.

    Il libro fra le mani, la panchina fra gli anziani. Io vent’anni di più. Come sempre.

    Leggendo, guardo la gente intorno a me, correre e parlare, sorridere e mangiare. Lentamente mi siedo, con fatica mi sdraio. Noto con un po’ di cinismo che fingo la difficoltà dei movimenti, sorrido fra me e me della mia preparazione agonistica ben superiore a quella dei ragazzi che stanno correndo. Solo questo mi resta?

    A metà. Di nuovo attore senza scena. A sud. C’è così poco a cui pensare, mi sforzo con insistenza di rivivere le cause delle forti emozioni di qualche settimana fa, gli amplessi mimati, le grida nascoste, i pianti soffocati, erano poi veri? Quale sia il limite, io non lo so. Non c’è più niente e la verità fugge con i sogni idilliaci. Non cerco niente, non vedo nessuno; normale che sia così. La mia legge, la mia forza è anche la mia condanna. Non scopro niente di nuovo.

    A metà. Fra quei racconti che tardano ad arrivare, perché vuoti e figli del silenzio, quel silenzio che è la fase intermedia fra la scoperta di una malattia psichica e le pretese deluse di poterla capire. Quel silenzio è parola, è verità intima che riporta a galla i sogni mattutini, le mie mani che aiutano a far partorire una donna dietro ad un pino. Quale dote era la mia? A fatica ci ripenso, sonnecchiando fra questi bambini rumorosi, uno si stupisce del biancore dei miei piedi….

    A metà. Con la testa leggera fra risa convulse e momenti di acuta tensione. I giorni a Roma. I miei alunni sanno che sono il più distante, o il più severo e si tengono distanti. Poi una ragazza mi regala un cappello con la scritta ‘Roma 2009’: alessandro, faut que tu n’oublies jamais cette voyage avec nous, t’es trop super, je te kiffe grave’. Ho capito. Io vi rimprovero le mie mancanze, vi accuso di quello che io non ho vissuto. Vi tengo lontani perché vi ho temuto. Ma grande è ormai la mia capacità di analisi. Ogni storia compresa e in parte guarita. Almeno da stasera, io sono con voi. E,devoto, vi penso.

    A metà. Ricordando il cuore nelle tempie quando quella vecchia signora ha messo 10 euro nella macchina erogatrice di biglietti. Era un flash sincero. Anche quello se ne è andato, nella risacca di questo laghetto artificiale, che pure è presente. Il cielo è lo stesso di 12 anni fa, quando dal terrazzo di casa mia ripetevo geografia economica per il compito di fine prima liceo e dicevo che dopo quello sarebbe andato tutto meglio. La prigione e la libertà fasulla, la macchina delle mie compensazioni; è una finta nevrosi che mi ha relegato qua, oggi, in questa età di mezzo, di un uomo che ha raggiunto quello che gli era stato attribuito e lo guarda compiaciuto, ma già distaccato. Io, non ho niente e quella età dovrebbe essere ancora lontana. Dovrei scavare in questa terra asciutta e cercare nuovi profumi contro questo tedio così piacevole. Eppur rimando…

    A metà. Divoratore di libri, fotografo senza nessuna pretesa (tu es le meilleur ici, t’as appris toute de suite la technique, tu gères, on peut rien dire sur tes photos, mais…), ‘a lie that I told you thousand times’, vecchie storie, ripetute, sono sempre in cerca di espressioni nuove, quell’arte che fingo di sentire correre fra le vene, continuerò a cercarla, anche quando mi rassegnerò al mio ruolo di impiegato, di fine conoscitore delle eccezioni grammaticali e di tutto quello che sembra essere un insieme chiuso.

    A metà. Sotto il porticato del Pantheon, la sera tarda, la terra ha cominciato a girare, ho perso di nuovo l’equilibrio, credo ormai per l’ultima volta prima del grande rifiuto e nuovamente una croce è caduta nel deserto. Ornata di gemme, viola e arancio, dorata e splendente, si è insabbiata lasciando i resti di una toga rossa bruciacchiata. Non ho capito, poi perché dovrei? Non è mai servito a niente e io non ci credo più. Poi mi scopro in piedi, bloccato dal vento, incantato a osservare il movimento dell’erbetta agitata da questa brezza nota. Ma le sensazioni sono ormai perdute e la tecnica non verrà più ripetuta.

    Non si può mai smettere di essere quel che si è. No. Gli uomini non sono alberi, ancorati nella terra, sono piuttosto nuvole, o semi spinti dal vento, o navi che solcano le onde e ciò che conta non è dove siamo nati ma dove abbiamo scelto di vivere.

    La distanza ravvicinata impedisce di mettere a fuoco. Solo la prospettiva permette di conoscere le differenze, la verità di ciascuno. Ma la prospettiva la crea solo la distanza.

    Ognuno di noi ha i suoi altari segreti e i miei sono sparsi nella mia stanza, nelle mie chiese e in queste pagine nelle quali non entrerò mai veramente.

    Tutti sognano un’altra vita, un’altra possibilità, ma solo gli artisti ce l’hanno davvero. Ma non può durare.

     

    A metà,

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    Alino
    April 30

    Ricomincia da Sé

     

    Sono stati giorni afoni, l’ansia vibrante dentro la gola che non poteva, non doveva uscire.

    E mi mancava una lingua, non so se era vuoto, se era perdita di confronto, o se erano lacrime globali. Questo non l’ho ancora capito.

    C’era tanto silenzio, dentro. Mille voci fuori. Ho esasperato i termini delle mie predisposizioni, legati a vecchi incantesimi che hanno fatto il vuoto tutto intorno. Senza voce.

    Le strade, fatte a piedi, sempre le stesse, decine di volte: l’auto che ha percorso centinaia di chilometri in direzioni sbagliate, false, controverse e nascoste. Le notti e i pomeriggi, le sorprese mai cercate, i dettagli da cancellare. E quella lingua ancora non c’era.

    Le conferme spirituali di alino là dovevano essere e invece sono state benevolmente frustrate, per buona grazia di chi professa la fede nello spirito, ma cerca solo terra e protezione, prediche irrisolte, calunnie mascherate dalla naturalità e dalla normalità di un banale contatto. E la lingua non veniva.

    Alino che cura, che capisce un po’ di più, che è forse scostante, ma presente e umano, ha così creduto di poterlo essere ancora una volta, forse su un piano diverso, forse no. Alino che sbaglia, senza lingua, Alino che finalmente ascolta le sagge parole al momento giusto. Vorrebbe ringraziare, stupito, ma alla fine non ce n’è bisogno, va bene così per una volta. Può ascoltare e capire, soppesare le sue istanze caratteriali, prenderle per come sono e non vederci niente di più, magari contento, sì, magari contento di essere così un po’ per tutti.

    E le parole sono venute. Belle, chiare, interessanti, anche eleganti. Solo per me.

     

    Simone mi ha detto di quanto sia triste rientrare a casa da soli, il giorno della discussione della laurea, senza festeggiare, senza restare con quelle persone che hanno reso importanti gli anni più felici della mia vita, gli anni della bellezza, oserei dire.

    Simone aveva ragione. Sono adesso una corda di violino tesa e delicata, sentimenti contrastanti, emozioni forti, rivisitate in aeroporto con i messaggi e le chiamate che devono commuovere, ricordate in volo come i tesori di un tempo che fu.

    Parigi ha le stelle e l’accoglienza progressiva di cui solo questa città credo sia capace.

    E la mia casa vuota e così la mia camera (potranno ancora le due finestre e la porta chiusa dare la sicurezza di un tempo, quando tutto è stato così agitato, sciolto all’inverso?).

    La mattina è per le parole con l’amico di sempre.

    Esco, la spesa! in questo vuoto nervoso e sovraeccitato è il riconoscersi nelle attività di sempre, è il riprenderle il più presto possibile che può fare bene.

    La luce, fuori e i complimenti di tutti. Esco nel mio liceo e mi si fanno tutti incontro per festeggiare il lieto evento di ieri.

    Si ferma la signora della loge, quella della biancheria, i sorveglianti, i colleghi, alcuni studenti, i segretari e i due presidi ad abbracciarmi,  a felicitarsi con me, a dirmi che presto ci sarà una super festa per un grande orgoglio.

    è disonesto essere commossi per tutto questo? Sentirsi a casa, così, è una colpa quando dovrei invece ricordare, osservare la storia nelle mie mani, ricordare il silenzio dei respiri?

    Quel art est assez vaste pour savoir évoquer en meme temps cette forme mince sous mon manteau, et toute l’abondance d’espace de ces nuits immenses?

    Ripartendo, scosso,

    corde

     

    Alino


    April 18

    Tribunale

    Gli incontri e le sorprese. Le panchine come coincidenze, stupide storie, risate comuni, fantasie simpatiche e racconti tristi di mani asciutte.

    E una casa, dove tutto deve andare bene, il cibo pronto, la sala bella e le voci intorno. "I'm the reach, i'm the poor, i'm the one you'll know forever".

    Sì, mi conoscerai per sempre. Senza delusioni.

    Ci siamo.

    Il mio nuovo dottore in Francia mi ha detto che soffro di una nevrosi da "sentiment de culpabilité", nello stesso momento in cui mi firma un'impegnativa per un'ecografia relativa a una vecchia operazione. Io non prendo parte alla conversazione, mi trovo sostanzialmente a mio agio nonostante le sue parole: lui parla per un'ora, io ascolto. D'altra parte non c'è niente da capire e per di più, non vale la pena affrontare il problema.

    Il problema non c'è. Non è la morale, non è il libero arbitrio, è un mondo di benessere, dove non si accetta la malattia che proietta all'esterno la percezione della perfezione spirituale. Per loro, viviamo in un corpo incredibile, potenzialmente perfetto e invincibile, il migliore prodotto dell'evoluzione universale. Ogni salto al di là, al di fuori, che sia estasi da annullamento del pensiero, o ascesi mistica, è uno sbaglio, una frode al positivo benessere materiale.

    Non ci sto, non ci sono mai stato. Assumo la nevrosi, o, se preferite, "il riflesso paranoico del libero arbitrio frustrato", come un sogno che tocco e suono fra me e me.

    Questa è la meraviglia. A due passi da un piccolo traguardo, fra le persone che (s)contro/ incontro, fra i fogli da mettere in ordine, fra le attese e le notizie strane. Stanco, perché incantato, messo sotto sequestro da una lunga litania che mi fa ora apprezzare il mio breve soggiorno.

    E aspetto, scoprendo la falsa prigionia della malattia psichica.

    Ti credo e ci credo, ora come non mai.

    Parfois,









    Alino




    April 06

    saturday nite, 3h13.

    Questa pausa mi è data da due ruote in una città che diventa piccola.

    Arriverò in ritardo, ma mi fermo e guardo la grandezza di queste vecchie strutture, di una passato comune, solidale, che non c’è più.

    E ci penso. Ed è notte. Mi soffermo su un ponte non illuminato ed è una grazia. é niente, come quello che ho, ma è giusto così.

    D’altro canto io sogno ancora, a dispetto di ogni insuccesso personale.

    Parlano, sospirano, agitano l’aria intorno con un insieme di parole già studiate, un lessico che conosco fin nei minimi dettagli. Che potrebbe farmi pena, ma che mi limito solo ad ascoltare, ringraziando il cielo di non aver mai condiviso questo pensiero, con la certezza di non renderlo mai mio.

    Dieu n’a pas besoin de reves, il gère le monde, il fait marcher les hommes.

    Terra asciutta, non sono false le tue promesse? Mi meraviglio del poco che ho, della verità che tiro fuori da ogni momento.

    C’è tempo, c’è ancora tempo per un’altra piccola stradina, peu importe où elle me conduira.

    Credimi, c’è vita così dalle mie parti. E il Sole tarda già a tramontare. E scatto una foto sognando la lotte comune.

    Accompagnato, io sono portato, tirato, dietro uno spazio okkupato, dove Dio e gli uomini hanno cessato di farsi la guerra. E non ci sono più.

    Vorrei pensarci, sì, vorrei pensare al giorno in cui ogni essere su questa terra sporca saprà che dio ci ha lasciato, che il posto è vacante, che dio si è allontanato, in un lungo viaggio, alla ricerca d’altro. Che l’uomo, inventato, è senza inventore. Che dio, creduto, è senza credente.

    Sarai più solido, uomo? O più volgare? Avrai paura? O nutrirai nuove speranze? Dimmi, oseresti morire?

    Ci credo e son sicuro che io ti cercherò, io come sempre, sarò al tuo fianco.

    Ci penso, io sento, io volo, io danzo. Mi fermo e non sono più là.

    Io scatto una foto, pedalo ancora. Inalo.

     

    Preparin’ my way,

     

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    Alino

    March 21

    I’m ok(coming)

     

    Mi ero dimenticato del bel tempo. Il cielo chiaro, limpido che abbandono la sera è lo stesso che ritrovo la mattina, forse più rinnovato, sicuramente più azzurro. Con ancora più sole. E l’aria fresca che mi impedisce di stare a casa, mi invita a dare la caccia a quegli aromi che tu, lo so, chiameresti primaverili. E il giorno è tiepido, fresche le notti. Sarà dura tornare al tempo consueto, quello cui ormai mi ero giurato di essermi abituato del tutto, dichiarato in pompa magna, “non sono più metereopatico”. E invece sono bastate questi ultimi giorni ‘puliti’ per mettere in discussione questa presunta nuova certezza.

    Tempo di vacillamenti. Di paure che non esistono più, di voci che compensano gli squilibri radicati nel mio animo da anni, da sempre. L’umanita è tutta qua. Mi vedresti diverso da quei sorrisi velati di malinconia, da quegli sguardi interessati e segnati dall’angoscia dell’altrove, dai quei piedi a terra che fanno fatica a stare fissi nella stessa posizione? Lo penseresti?

    Cadono le angosce, come piccoli tormenti che colmano gli spazi apparentemente vuoti di una corsa in metro o di una doccia in palestra, i pensieri si divertono a far scorrere le mani sul viso più velocemente. Più velocemente.

    Potrei scrivere? Quella razionalità che invoco e reclami su di me, può essere realmente vissuta? Strano, fazioso, allora poi io dormo e non ci penso più. E sorrido di nuovo.

    I was there. Je suis resté assis toute la nuit et j’ai écrit. Et l’on n’a rien ni personne, et l’on voyage à travers le monde avec sa malle et une caisse de livres. Quelle vie est-ce donc? Sans maison, sans objets hérités.

    Quasi divertente, la routine quotidiana è ancora più piena di elementi, di incontri e di scadenze. é tutto quello in cui sempre mi sono identificato. Cambiamo i luoghi, le persone, le attività, gli impegni; ma qui, come là, Alino corre fra mille appuntamenti, corsi, lezioni, biblioteche, teatri e musei. é così, inutile porsi domande: oggi come ieri, tutto questo è il mondo con i suoi determinanti, le perle smaltate di un girocollo a più riprese. Poi arriva la notte e con un finta mi libero dall’accesso della metropolitana, quando l’aria laggiù sembra più pesante del solito, carica di problemi, di una fetta di passioni verso le quali sono stato sempre in rispettoso contatto, separato. Passo oltre, seguendo l’inclinazione più fantastica che mi è rimasta, che è soltanto mia, che crede nella voce della luce e libera l’eterno in una lunga passeggiata. A caccia di profumi, sentendo i sogni degli altri salire in alto come preghiere, vederli dissolversi sopra le terrazze degli ultimi piani. Me ne rallegro ogni volta, con la trita speranza di aver contribuito anche per un solo attimo a farli lievitare più velocemente, ben oltre quello strato di ozono che ormai so che aiutano a riparare.

    Les vers ne sont pas, comme certains croient, des sentiments, ce sont des expériences. Pour écrire un seul vers, il faut avoir vu beaucoup de villes, d’hommes et de choses, il faut connaitre les animaux, il faut sentir comme volent les oiseaux et savoir quel mouvement font les petites fleurs en s’ouvrant le matin. Il faut pouvoir penser à des chemins dans des régions inconnues, à des rencontres inattendues, à des départs que l’on voyait longtemps approcher, à des jours d’enfance dont le mystère ne s’est pas encore éclairci. Et il ne suffit meme pas d’avoir des souvenirs, il faut savoir les oublier quand ils sont nombreaux et il faut avoir la grande patience qu’ils reviennent. Car les souvenirs eux-memes ne sont pas encore cela.Ce n’est que lorsqu’ils deviennent en nous sang, regard, geste, lorsqu’ils n’ont plus de nom et ne se distinguent plus de nous, en une heure très rare, du milieux d’eux, se lève le premier mot d’unvers.

    Avvicinandomi a casa, guardo in alto e capisco che fra i mille voti, fra i tanti volti della speranza che rincuora, c’è anche il mio, fra gli ultimi, quasi timoroso di essere là, fra tanta confusione, ma con la voglia innocenti di dissolversi nell’etere per sempre. Le stelle visibile, ancora per una notte, lo leggono per prime, mosse dalla curiosità di altri tempi.

    Spero che anche nella zona più nascosta di questa Terra, nelle condizioni più estreme, dal terrazzo di una lounge disco alle mura di guardia di un monastero tibetano, dalle steppe euroasiatiche alle periferie di Boston, io possa avere la certezza che c’è qualcuno che sta beandosi dello stesso identico mio pensiero. Camminando, gli occhi in su, scorgerà le note del futuro salire in alto e vedrà anche la sua, riposta come la mia. E si sentirà meno solo. Per molto tempo ancora.

    Da ultimo non resta che questo sguardo infantile, agile e furbo, che ha colto le note nuove quando tutto sembrava ormai definito su più fronti. Solo l’immaginazione porta un improvviso e vacuo benessere. Inconsistente, come tante cose a venire. Ma, per adesso, va bene così.

     

    Lookin’ up,

     

    NetbyXhengisAliu

     

     

     

    Alino


    March 05

    Oh dear friends!

     Cambiate tutto, quando vi vedo! E non è cambiato niente.

       Qui riprendo tutto con una velocità sorprendente, come se non avessi mai lasciato! La metro, le foto, tedesco, la palestra, la BnF, le classi. Ma da questo mondo che ormai è casa, ritorno con la mente a quelle poche ore rubate all'aereo che mi avrebbe riportato qua.
    C'erano loro e li ho toccati, li ho abbracciati e ho lasciato fare, poiché stavo veramente bene!
    Li guardo e so che c'è tanto che ci distanzia, nelle conoscenze, nelle esperienze fatte, nei limiti superati e in quelli mai oltrepassati: li ho lasciati con l'amaro in bocca, due anni fa ormai, una turba seduta ai banchi della mensa, ai tavolini del Britannia, sulle spalline dell'Arno o ai tavoli dell'Orzo.
    Gioco forza, ci siamo allontanati, nelle storie, nelle confidenze, negli amori, ma alla fine non è cambiato niente. Le affinità che ci hanno fatto incontrare sono sempre le stesse, e quelle trionfano con buona pace di tutti.
    Le ho volute, le ho accentuate e ho giocato, ho riso e ho toccato e ritoccato, quelle mani, quelle spalle e baciato quelle guance. E non è cambiato niente.

    Alcuni se ne sono andati, come me, altri lo stanno facendo adesso, per una grande storia d'amore e una famiglia, c'è chi ha trasformato i propri sogni in realtà e li sta disegnando,c'è chi il suo talento ancora lo cova nascosto e ne mostra soltanto una piccola parte dorata, c'è chi parte ma forse vorrebbe restare, c'è chi sorprende per essere immancabilmente là, come dovrebbe.

    E non è cambiato niente.
    Lo abbiamo saputo subito. Ed è stata la mia partenza più bella da quando ho cambiato casa. Sì, li ho lasciati più o meno tutti là, ma non è triste, non sono triste, perché non perdo più niente. Mai più.
    Ovunque andremo, noi siamo tutti là.


    in contatto sensoriale, (finalmente)







    Alino
    March 01

    Pandora's box (and i got Asthma)

     

    Ieri sono arrivate le tasse universitarie da pagare, il contributo, cioé, che Alino, da sempre studente modello, deve versare per il suo secondo anno fuori corso, a due anni di distanza dall'ultimo esame sostenuto: sono 3 rate di 560,00 euro che si aggiungono alla prima di 400,00 euro. Meriti accademici e il resto. Orgoglio e gioia della sua famiglia. Sempre di più.

    A Pisa piove. Come a Parigi. E la pioggia è il vento, in faccia, qui come là. E il tempo non passa, non passa.

    In tanti modi ad Alino è stato chiesto un contatto fisico normale, più intimo e maturo. Ad Alino è stato chiesto un bacio. O così è sembrato. In più modi e ripetutamente. Il bacio in quanto conseguenza di un'attrazione, di un interesse che coinvolge entrambi.

    Ma da Parigi a Pisa l'ideale diventa uno sguardo non concesso, un volto che si gira dalla parte opposta. Da Parigi a Pisa il sogno diventa una fuga, il bisogno incessante di atterrare e ripartire nella pretesa di essere banalmente equivalente a se stesso.

    Un saluto, poi un treno, una lunga dedica a tutti quelli che hanno bisogno. Sta bene.

    Un messaggio, forse due.

    Una caricatura.

    La sua macchina nella pioggia. Da Pisa a Parigi a lie he told himself thousand times.

    Quel bacio che è stranamente tanto più lontano quanto lo vorrebbe più vicino. Si fa storia e viene scritto per il compiacimento altrui.

    Quella tesi che a detta sua non è mai pronta, mai finita. Alino non lo sa. Alino non ce la fa.

    Ascolta.

    It has scared him for years, and it is still scarin', pal!

    He's listening now.

    Michele parla ad Alino, dal tavolo di un bar. Racconta la sua storia, difficile, come molte altre. Poi si ferma all'improvviso e dice, incuriosito:

    -Hai spostato la gamba non appena per caso il mio ginocchio l'ha toccata. Puzzo?

    - No, of course!

    - Lo fai sempre. Lo hai sempre fatto. Ma vabbé, non importa, sei così tu. La paura ancestrale degli altri, Insomma ti dicevo......

     

    Alino deve trovare uno spazio e lentamente guarire. Da tante cose. Perché non era così, prima. é come un mito che piano piano cresce, è condiviso, vorrebbe essere divino e l'eterno fa spegnere le particolarità, senza mani congiunte, senza consolazioni o errori.

    Le illusioni perse non aiutano più. Non c'è una favola da vivere a Parigi, né un sorriso colpevole, né un corpo da abbracciare. Là c'è una corrente da inalare, nel vuoto da riprodurre. Alino non cambia a Pisa, non morde né affonda le mani nella terra. Lascerà perdere il confronto con le origini bistrattate per anni: le deve solo abbandonare e viverle di riflesso, dai fili di un microfono. Perché non siano più un pagliativo o la scusa di un eterno rinvio.

    Le tasse da pagare, la chiamata a testimoniare l'errore e la resa, sono ancora là.

    E il bacio pure si è spento senza coinvolgimenti. Nel mezzo ci sono le tazze da tè, la tovaglia ricamate, le brocche con i centrini e la televisione accesa senza volume. Le lacrime agli occhi, mai scese. La vita che non vuole è tutta là, il compromesso disastroso di un laurando per la vita, che ha cominciato ad avere paura del contatto con gli altri. E per questo li ascolta.

    (E fu un'ira finta, un libro da scrivere. E pertanto è là, unico foglio, unica pagina. A metà).

     

    Afefobico,

    mani

     

    Alino

    February 20

    When somethin’ isn’t right

     

    Se le mattine tutte uguali lasciano ancora spazio all’immaginazione, allora questo periodo non è proprio tutto da buttare via.

    Reclamo il diritto alla reclusione, contro ogni favore condiviso, espressione tetra e falsa di un mondo che mi vuole felice, a modo suo.

    When i close the door, i put my eyes through the two windows” con buona pace di chi ha paura di ammettere che la riflessione silenziosa e rubata, il temperamento gentile e scostante, è uno statuto privilegiato, tanto quanto quel benessere apparente o reale, che a me sa di fumo di sigaretta, quell’odore inconfondibile che si deposita sui vestiti indossati la sera avanti e che si espande, una volta tolti, nel resto della camera da letto.

    “Il y a des choses qu’on ne décide pas. Des événements qu’on voit pas venir. Et quand ils se produisent ou sont au bord de se produire, c’est déjà trop tard. Il y a des chemins qu’on emprunte sans se douter du danger, tout a l’aire calme autour, pourquoi on se méfierait? Il  a des gens vers qui on va, sans le craindre, sans rien attendre d’eux, on est persuadé qu’on ne croisera plus jamais leur chemin et puis un jour, ils sont là, à nouveau, devant nous, et on est surpris mais pas inquiet, on leur tend la main. Il ya des moments de presque rien, des minutes ordinaires, mais un beau matin, c’est une fraction de temps pendant laquelle tout bascule

    Faccio io parte di queste persone? Se contro tutto, contro me stesso, mi trattengo ancora qua, a grattare con le unghie il fondo del mio malessere, a lottare contro ogni apparenza, a uccidere tutti i miei demoni, o meglio a reincarnarli, uno ad uno. Dovessi cercare il motivo che mi tiene legato a questo spettro di vita, mi fermerei a lungo sui termini ‘destino’, ‘coincidenze’ ‘eventi’, per poi glissare e ricadere su me stesso, sul privilegio dell’inconsistenza, sull’ardore che mi spinge, in controtendenza, a credere in me stesso, a vivere spezzato.

    "C’est terrible la morsure du manque, mais moi, j’ai fini par croire à mon amnésie. Serais-je foutu?” Ma no, è l’oblio di quegli istanti di crescita interiore, di rinuncia perenne, che mi accompagnano e mi ricordano che la scrittura è un voto, per poca cosa che sia, che amplifica lo spazio del vissuto. Può far paura, e magari è anche bene che lo faccia, è ricomposizione violenta e austera, ha tratti macabri, vince una dimenticanza. Ma ne porta tante altre. Che le immagini devono riempire.

    “Confused how about as well”. Come tante emozioni, le sere a teatro o all’opera, alla fine della rappresentazione. Gli applausi, lui o lei nel centro, tutti rivolti al protagonista. Amnesia del passato, che risorge trasposta, nell’unica sincera ammirazione, nel fondo spirituale che io cerco, con il battito più lento delle mani e gli occhi lucidi, di sfiorare attraverso l’attore, vecchie e stupide assonanze, che mi fanno sentire in pace. Là il mio cuore potrebbe esplodere, quel cuore così carico, ora mitigato da una penna, da uno scatto, un faro al neon in un piccolo giardino innevato, ai riflessi ‘mauve’ che solo lui può vedere.

    “Tu connais ce genre de peur qui ne t’éloigne pas de ton désir, au contraire, ça t’excite, ça te donne des ailes, meme si ça peut te bruler. Ce n’était pas une peur bleue. Non. C’était une peur rouge, rouge de sang.” Provo anche questo, con orgoglio, con un coraggio maldestro, che tuttavia è presente, senza sosta e che dovrebbe perseguitarmi un po’ di più , anziché perdersi fra gli odori acri delle aule in cui insegno. Ma l’armonia interna, le liriche che suonano dentro la mia testa la sera tarda, coprono tutto e aprono le vie della stratosfera, scompongono gli aromi e li annientano, embolie nel sangue, le carni leggere e tutto diventa una riproduzione poetica, da scrivere velocemente, da immortalare in una stradina piovosa. Da non vivere più.

     

    "Tu sais, cette pierre que tu poses devant toi, devant laquelle tu te lamentes sur tous tes malheurs, toutes tes souffrances, toutes tes douleurs, toutes te misères… à qui tu confies tout ce que tu as sur le coeur et que tu n’oses pas révéler aux autres…. . Tu lui parles, tu lui parles. Et la pierre t’écoute, éponge tous tes mots, tes secrets, jusqu’à ce qu’un beau jour elle éclate. Elle tombe en miettes. Et ce jour-là, tu es délivré de toutes tes souffrances, de toutes tes peines.”

    E sento ancora quella melodia. E ti voglio bene. E mi assento ancora una volta. Da me stesso. Lo posso fare, come sempre. Tu continua a suonare. Ancora per me.

    "Dieu aussi est absent, pourtant je l’aime, je crois en lui."

     

    Crescendo,

     

    Crescendo(A)

     

     

    Alino

    February 12

    Lignes

     

     

    Ore 15h45. Sono finite le iscrizioni al corso di fotografia organizzato dal comune di Parigi. Dei dodici selezionati (o sembra piuttosto prescelti) manca una persona all’appello, subito rimpiazzata dal primo iscritto nella lista di attesa per eventuali rinunce. Entra la ritardataria: canon al collo, capelli sparsi ovunque, cappotto verde militare, con un forte accento spagnole, scusandosi per il ritardo.

    Kevin (the irish teacher): Troppo tarsi, madame, lei è fuori! [noi in silenzio, lei stupefatta]. Non sa che hanno postulato in 450 e che lei fa, o meglio faceva parte dei 12 selezionati per questo corso così ambito? Esca subito [Giuro che in francese con l’accento irlandese, suona molto, molto peggio!]

    E Kevin parla. Lavorerete sulla luce, sui colori, sul movimento e sulla danza.

    Cominciamo con le linee. Inizierete a fotografare linee, ovunque ne trovate, per la prossima lezione.

    Le linee. Da lontano le finestre delle case popolari. I traverti di legno che tengono assieme i binari della metro. I binari.

    Voi siete stati scelte per l’arte. Imparerete a valorizzare l’esperienza artistica che nasce in uno scatto. Voi siete un gruppo che creerà da solo e insieme, immaginerete il vostro talento solitario distruggersi e ricrearsi in questo atelier, fra i modelli che poseranno per voi danzando nudi, con libri in mano o con qualsiasi cosa voi vogliate, i riflettori, le nature morte, la camera oscura e i computer.

    Il prof. universitario: Dobbiamo funzionare insieme, cerchiamo l’arte, abbiamo un passato, iniziamo a far muovere i primi passi alla nostra storia, data la fortuna che abbiamo di sedere in questo tavolo.

    Le gocce che scorrono su una finestra contro cui piove a vento, la striscia che lascia il tergicristallo pieno di polvere, la pipì che dalla parete di un muro corre in rigagnoli lungo il marciapiede, fra il marciapiede e la strada, l’acqua che scorre sempre a Parigi. L’acqua fa linee.

    Io sono un’artista, scultrice e pittrice. Adesso mi riconverto alla poesia per dare linfa nuova al mio talento.

    Le righe di un pentagramma, la marcatura a piombo dei manoscritti bassomedievali, il sismografo che non rivela scosse nella carta-livello, le isoglosse di una cartina linguistica. L’inchiostro è linee.

    Io lavoro nel relooking. Io rendo le donne belle nella loro pelle. Le immortalerò nei miei ritratti fotografici, saranno belle per sempre.

    Le ombre dei rami invernali proiettate fra i sentieri di un giardinetto pubblico, le stecche delle panchine, le lunghe ringhiere…

    Io sono un commediante. Vivo la passione della foto con la mia compagnia, non mi serve per lavorare, io sogno e basta.

    Le vene di un braccio magro e veloce come il mio, sempre blu, sempre smisuratamente in evidenza, le rughe di una pelle invecchiata….

    Io sono una regista concettuale. Io studio il movimento nelle mie pellicole. Ora lo voglio fermare, per sempre. Voglio fermare gli attimi in cui i corpi nudi si ambientano, si guardano intorno e cercano una sedia, un divano, per sentirsi al loro agio. Faccio sedute a casa mia con amici che spoglio e che copro con valanghe di frutta e verdura. Se volete provare…

    Le file di lampioni accesi, i campanelli illuminati con il nome accanto, i fari visti da un cavalcavia. La notte e e le sue linee.

    Io sono un attrice di tragedie. Fallita. Un giorno ho avuto paura e non sono più risalita su un palco. Non voglio più stare dalla parte dell’obiettivo, adesso l’arte la cerco io. Mi voglio scoprire capace, mi voglio sorprendere per il mio talento. Io ci credo.

    La linea che…da me va a te. O da te va a me. Nessuno dei due lo ha capito. I tuoi occhi blu si muovono troppo veloci e le tue labbra così vibranti in quell’accento parigino che forse ostenti un po’ troppo, hanno confuso il percorso. O ne hanno fatto una perfetta osmosi interpretativa. Le tue parole sono anche le mie. O sono semplicemente le stesse.

    Io sono un giornalista. Devo trovare uno stile personale per i miei reportage. Voglio che chi vede in una rivista un mio scatto, no nabbia bisogno di leggere la didascalia per scoprirne l’autore.

    Il tessuto spesso di velluto, le sciarpe fatte dalle nonne, le lunghe cerniere dei cappotti…..

    Io sono un professore universitario di chimica. La fotografia per me è l’opposto di un lavoro noioso e ripetitivo. Sono qui per tornare a vivere.

    Le preghiere, anche quelle sarebbero linee, se arrivassero a destinazione, se noi tutti potessimo crederci.

    Et le jeune homme.

    Io sono Alessandro, professore d’italiano al liceo Duruy. Sono il responsabile dell’atelier di fotografia per gli alunni, Sono qua per imparare le tecniche da fare applicare ai miei studenti durante le mie lezioni. (balla colossale, ma era la mia motivazione ufficiale!!!).Personalmente (le parole dell’attrice avevano già detto troppo, pure per me) mi interesso alla fotografia dei vecchi siti industriali, delle fabbriche in disuso e dei cantieri di smantellamento, ma con i ragazzi farò piuttosto fotografia di monumenti.

    i meridiani, i paralleli, gli equinozi, le orbite degli astri e gli spostamenti degli atomi, l’uomo da sempre rappresenta l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo con delle linee.

    E quale scopo artistico ti ha portato qua, scusa ma non ho capito (domanda posta dall’attrice tragica)?

    Io, io oggi inizio. Da capo.

     

    Febbraiolo,

     

     

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    Alino

    February 02

    Elise’s elegy

     

    Ci sarà meno morale e più orgoglio

    le parole più leggere, la poesia come unica dea,

    soste concrete, separate dalle Bellezze dell’ideale,

    una sedia da cui parlare, solo parlare, per non dire niente,

    la caduta delle finte maschere altrui, degli egoismi dissimulati,

    lontano da Utopia, sì, ma lontano anche da questa merda.

    A volte ritornano, e a volte lo impedirei, con un solo cenno del sopracciglio,

    soprattutto, soprassiedo, sopraffatto….no !

    Chiamami più volte, alla prima non mi volto più, non mi volterò più,

    domani.

     

    Rosso,

     

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    Alino

    January 30

    Da Conrad, come Beckett

     

    Le parole ruotano confuse nel pensiero, sono frammenti spesso in lotta, frapposti l’uno all’altro, difficilmente conciliabili. C’è una chiave da trovare, un codice proprio che rivela la combinazione. Il gioco diventa perfetto. Ed è scrittura, di nuovo. Non disturbarmi.

    Una corsa è un viaggio senza metà, è un movimento di invenzione, è un arpeggio che accompagna il ritmo dei passi, i capelli scomposti, l’aria fredda che per le narici scende giù, o sale. Nella testa. ‘Read my mind, but i can’t’.

    Ho corso per prendere un treno, non perchè fossi in ritardo, neanche per omaggio ad un certo cinema che rende ogni partenza una rincorsa all’ultimo respiro per salire nel vagone, o per un addio strozzato. No, ho corso perchè ciò significava accordare la mia musica al ritmo accelerato che di lì a poco la macchina motrice avrebbe impresso a tutto il treno, al mio bagaglio, a me stesso. Non volevo essere colto impreparato, non volevo subire lo stress della perdita del codice, che immancabilmente sarebbe sopraggiunta qualora fossi stato colto alla sprovvista, senza iniziativa, senza immaginazione.

    ‘You weren’t there, do you know what i am feeling?’. Sentimenti, bocconi amari che rimangono a metà percorso, la bocca asciutta, il respiro lento, gli occhi pesanti, che si posano con indifferenza un po’ ovunque, fino a che non si posano sulle pagine di un libro che conosco alla perfezione, la copertina rossa e le pagine ocra che trasportano altrove. Sono momenti difficili da cogliere, impossibili a descrivere a parole. Il resto non conta nulla. Sono istanti forti, martelli che rompono i doppi vetri di un ufficio a piano terreno, alberi divelti dal suolo, pioggia. Tanta pioggia. Invento con una nuova lingua, credendoci un po’ di più.

    Leggevi attentamente, i treni francesi sono silenziosi, ma eravamo sempre agli attimi prima della partenza, le valigie disposte velocemente, i posti da attribuire (pardon), le porte che si chiudono, gli avvisi della voce metallica che ci augura un buon viaggio e ci consiglia i panini caldi e il cappuccino liofilizzato. Niente, la sola distrazione, la minima incombenza erano i capelli che con regolare intermittenza, cadevano avanti e andavano rimessi a posto. ‘Moi, je trainais mes yeaux ailleurs’, ma sì, ti guardavo con discrezione. Perchè ho voluto vivere quella corrispondenza letteraria, quel riflesso di sofferenza, quell’occasione sfumata, consapevole e bastarda, che il testo ci ha insegnato a fare nostra. Sotto altri riferimenti, con pretese opposte, la tua attenzione era la mia, i tuoi occhi seguivano le mie parole e il viaggio, la creazione del mondo, per un’ora così ci è appartenuta.

    ‘There was no pain’. Era tutto luce, ovunque. E per un momento ho desiderato che il mondo fosse così per sempre: un tripudio devastante e rigoglioso di luce e colori, il riscatto di una terra piena d’ombra, falsamente elegante, gretta e dipendente dalle passioni. Una composizione aleatoria, una lingua divinamente arbitraria, un prisma di norme in un caleidoscopio di segni scelti in alto.

    ‘But i wasn’t there’, altra occasione persa,

     

     

     

    Tra Dotto,

     

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    Alino

    January 20

    fuoritempo (interlude for a freaking prof)

     

    Come un sacrificio pieno di pregiudizi vesto a nuovo il mio ruolo.

    No, non è cambiato niente ed è certo e provato che condividere emozioni, sapere, incontrare, non ha niente da spartire con i gradi della maturità critica.

    Non è triste e non ci deve essere pietà verso qualcosa che mi pervade e mi lascia fottutamente lontano da tutto il vero che mi circonda.

    Qualcuno mi direbbe, che è questione di lirica, o di trascrizione poetica inserita con forza un po’ dappertutto, per celebrare il coraggio nefasto di chi cerca le idee con il naso in alto per rifiutare il confronto umano. Come se non fosse una menzogna, come se non mi tenessi in bilico costante.

    L’errore iniziale o la fine di Utopia, le vecchie strade che devono passare, come i fallimenti che non possono mai essere chiamati così perchè sarebbe anche questo un abbaglio. E dovrei partire, quando è così dovrei partire, per cercare i nuovi inizi, gli sbagli necessari a conservare i tratti di un’esistenza incoerente, persa fra gli ideali e gli armadi ben chiusi.

    ‘Alino,noi i sogni non ce li abbiamo mai avuti, lo sai’. Ma vedi, Vitto, se quei sogni ce li avessero rubati? Se anche ci può essere una sola possibilità che ce li siamo fatti sottrarre una sera che eravamo distratti, assopiti, forse rinchiusi in qualche stanza a ridere sottovoce? Io ricordo una sera che ti prendevo in giro quando dicevi che saresti voluta diventare una giornalista e andare nella Grande Mela e tu facevi la stessa cosa rispetto al mio desiderio di continuare con il teatro. Non erano sogni quelli?

    ‘Alino, il mondo non è per noi. Quelle parole erano l’aggancio perenne ad un’adolescenza, a una giovinezza mai avuta. Noi siamo passati dall’infanzia direttamente a quello che per noi sembra opportuno sia l’essere adulti. E non è detto che non siamo ancora soltanto che dei bambini’.

    ‘Why did they make us so suffer, if everything would get this for end?’ Penso a queste parole e non ti ascolto più, scusami.

    Vivrei in una stanza grande con un camino alto e oscuro, le pareti rossastre in cotto, i soffitti che si perdono metri e metri più in alto. Non vi vorrei letti, solo un piccolo lavandino in pietra e un grande e lungo tavolo con dei libri sparsi qua e là. Vorrei solo camminare per respirare quell’aria alla ricerca di uno specchio nascosto dove poter cercare un inizio da scrivere, un anagramma ripreso dalle pagine indurite di qualche raccolta antica, riflesso, anch’esso, in uno specchio. Mi piacerebbe sapere che i miei passi producessero un leggero scricchiolio dovuto al letto di foglie di mandorlo e ciliegio, che avvertono il passeggiatore della loro presenza con quei ‘click’ secchi e schietti. Io camminerei così, nella penombra, ‘longing for the subtle notes in between’, le uniche che saprei trovare veramente.

    Sai, non credo che ci possiamo definire un riflesso generazionale, io non posso attribuirmi questa parte perchè scenderei a compromesso con una società che attende una progressione nella scala fallimento/riuscita su più fronti cui io non posso partecipare.

    Il malessere è una colonna sonora così monotona quanto strettamente personale. Sono le dita su un pianoforte o il nervo su un violino, è un suono pulito che gli altri percepiscono distorto e mal amplificato. Non c’è più niente dietro, non si può cercarne le cause o sperare di poter accordare lo strumento o migliorare l’orecchio prestando più attenzione.

    é solo mio, è solo tuo, è per ognuno, ‘the quartet of thresholds of revelation’.

     

    Camminando,

     

    Threshold

     

     

     

     

    Alino

    January 02

    A call to arms

    L'anno nuovo si carica delle aspettative consuete: c'è sempre chi deve recuperare del tempo perduto, i rimorsi di scelte sbagliate, gli obiettivi mai raggiunti e la serenità che viene augurata a destra e a manca..chissà forse, tutto questo deve essere veramente portato dall'anno nuovo...

    Io faccio iniziare lentamente questo 2009, perché non devo aspettare niente di diverso, niente di più di quello che ho già a disposizione, per sempre rimandato, allontanato nella speranza di conservare il desiderio lucido e intatto, lo specchio di un'ubriacatura mai raggiunta volontariamente.

    Non è la conclusione di un lungo dicembre a darmi lo spazio di una speranza fatua, non è il tepore fiabesco dei primi giorni di gennaio, il surrogato di una partenza, di nuovo dovuta, lontana da me, lontana quanto una sincera imperfezione, a creare le aspettative da deludere: no, non vivo niente di tutto ciò e così continuo ad apprezzarmi alla cieca, io, cieco, come il vapore freddo che mi sale lungo la colonna vertebrale, di pomeriggio, il contrappasso di uno spirito violento, domato con i miasmi.

    Questo spazio privilegiato, io l'ho già ogni notte, quando, ultimo cittadino, raggiungo il mio letto e le pagine di un libro mi assorbono per pochi minuti soltanto, difficilmente strappato alle fantasticherie di una mente stanca e vivace, che sogna già, e idealizza, il futuro che non potrà mai avere.

    'Utopia is a better way, beyond good and evil'; è un affresco quotidiano, dove non c'è posto per l'obiettività ,dove non c'è un ruolo da giocare, o una posizione da difendere, ma gli opposti si conciliano e nessuno è rigido, i corpi danzanti slittano l'un sull'altro e le coreografie più armoniose non hanno un palco, non hanno spettatori ad applaudire, ma ogni uomo copre il volto altrui con il palmo della propria mano, non per curare, non per alleviare la sofferenza, o per asciugare una lacrima, solo per mostrare all'altro quanto è bello tornare a vedere, dopo che si è privati dello sguardo altrui per qualche istante.

    'La gente pensa a noi infinitamente meno di quanto noi crediamo', sì, forse è così ma 'Duality is self-perpetuating: me and the importance of being other. Friendship. It feeds only on itself since the dawn of time'.  E all'alba, ho già abbandonato Utopia; la mattina io corro ancora sul filo del mio lungo secolo, cavaliere armato, devoto alla difesa strenua delle mie priorità dualistiche, del coronamento fuori epoca di una giostra vinta con impegno, il tripudio di luci e colori caldi e tenui, come un trionfo che solo un mosaico bassomedievale potrebbe celebrare.

    Cosa c'è in questo piccolo mondo reale che mi appartiene? Cosa è custodito fino all'ossessione e all'incoerenza critica?

    Le tue, le vostre voci cadono rimbombando fra le pareti cave di piombo, delle stanze che io rispetto. E so che, se avvicinate l'orecchio, sentirete il vostro eco in lontananza, metallico, quasi automatico. Ma pur ci sono. E io le conservo quasi tutte.

    Mille piccole esplosioni sconvolgono i flussi interni, mentre la superficie riflette il fulgore abituale. Il vostro, il tuo.

    Per appressarm' al ciel dond'io derivo

    Alino


    December 22

    A gift for my sadnesses


    Fa molto freddo in casa,troppo. No, qua non è cambiato niente, qua si gela tutto il giorno e non c'è stufa o radiatore che possa porre rimedio, che apporti sollievo, un po' di tepore. è il gelo a casa e non bastano i maglioni, non i doppi calzini, non i due focarili e l'impianto riscaldamento, non il condizionatore.
    é imbarazzante, il gelo in casa mia, quando riceviamo le visite dei parenti o degli amici. Entrano e rimangono vestiti, non si tolgono la giacca o i guanti, ma si avvicinano alla stufa o al camino e velocemente commentano che questo inverno è più freddo del solito.
    Inutile spiegare che mia madre voleva una casa enorme, piena di finestre, vetrate, terrazzi, scale, senza vere stanze, fatta eccezione per la camera mia, quella dei miei genitori e quella degli ospiti. Per questa 'villa', come la chiama lei, io non vedo che il grottesco e il deforme, nelle dimensioni così alterate, i muri continuamente interrotti da angoli, porte a vetro e armadi scuri. No, non c'è armonia in questo edificio, dalle fondamenta alle pareti esterne, un misto di calce, mattoncini gialli, enormi grondaie e tetto nero, per marcare la differenza con le case intorno. Forse il gelo è quasi una concessione a tutto questo, uno strato difensivo, una tregua per esporre meno la struttura di un mostrum.

    Claudia, ti accompagno dai, portiamo i bambini fuori! -Ale, ho paura che prendano freddo,- ma dai, sono le due, c'è il sole, facciamo una passeggiata, una volta che sono in paese!- Ma poi si ammalano!- Ma non puoi proteggerli a vita dal cattivissimo mondo che sta fuori!- Io, ho cominciato ad avere paura quando ho avuto il secondo, ed ero nuovamente sola, senza compagno.I sorrisi scompaiono presto, sai?E allora io ho voluto uscire il meno possibile...tu da quando hai iniziato ad avere paura? -Come? - Sì, dico della vita, quando hai cominciato a essere terrorizzato?- Ma, Clau, sono anni che non ci vediamo, sono cambiate tante cose da allora...- Da quando venivo a prenderti all'uscita della scuola di teatro e andavamo a ballare nei locali più assurdi, o quando facevamo il bagno a mezzanotte e tu arrivavi in ritardo da lavoro e io ti aspettavo perchè avevo paura dell'acqua nera senza te...- Già, ne è passato, sembra un secolo, Clau, ma questa conversazione è banalissima....- Tanto banale, che stasera la scriverai pressoché identica sul tuo blog!-Ma come?- Ogni scossa dal tuo blur è un post nel tuo blog, ormai lo so, non importa se pisa o parigi o timbuctu, è così... tra l'altro devi continuare sai? Mi appassiona leggere i tuoi esercizi e sarò felice di comparire fra le tue righe, io la madre-single di Riotorto!- O beh, ti basta poco per essere felice....- mi basta niente, ale, io ho loro e sono loro la felicità: volevo disegnare, ti ricordi? poi è arrivato il primo e ho lasciato perdere tutto, nessun rimpianto poi, mai, gli errori tanti, mille, enormi, ma poi ho ricevuto due doni così preziosi. -é una cosa bellissima, dico, è un segno di forza e coraggio davvero encomiabile....- é triste, e forse malato, se vuoi, lascia perdere, ma a modo suo, è la felicità... tu in quale cesso l'hai gettata la tua? A Piombino, a Pisa o in un raffinato "wese" parigino?- Ma Clau, è un periodo un po' così, di instabilità, di incertezze..- finiscila, idiots, tu sei la persona più decisa che io abbia mai conosciuto, hai tutto chiaro in testa e viaggi due volte più veloce di quello che dici. Hai lasciato il teatro nel giorno più infelice della tua vita secondo me, e NoN hai rimesso più un piede sopra il palco, hai detto no alla tua terra e ti nascondi in casa durante i tuoi rari rientri, sei deciso e testardo, eri un protagonista qua, e lo sei anche ora anche se fai di tutto per nasconderlo. Dì quello che vuoi, non giocare alla vittima trasparente con me però. -Ma dai, esageri qua, sono cambiato un sacco io, ora ho ridefinito le mie pretese artistiche, i miei ruoli, va bene così in fin dei conti, devo trovare solo un luogo adesso...- Trova un cuore, va, testina dura, e smettila di aver paura e di fingere. Dai andiamo fuori,  oggi il cattivissimo mondo sembra essersi preso una pausa, prendi la sciarpina sul tavolo....


    Fa freddo qua, fuori e dentro. E le giornate potrebbero mandarmi fuori di testa, lo dico chiaro e tondo. Non ce la faccio, o non ce la farei, perchè sono meno duttile di quanto predico, meno adattabile di quanto credo. Sono un po' più rigido e meno trattabile di un tempo, tollero molte cose con più difficoltà. Sorrido meno, solo con me stesso.

    E ho paura. Per fortuna che ogni talto il sole pieno riscalda i terrazzi di questa 'villa'.


     Buona lettura,





    Alino

    December 17

    Pisa (IT)

     
    " Come ogni fior languisce e
    giovinezza cede a vecchiaia,
    anche la vita in tutti i gradi suoi fiorisce,
    insieme ad ogni senno e virtu', e' puo' durare eterna.

    Quando la vita chiama, il cuore
    sia pronto a partire ed a ricominciare,
    per offrirsi sereno e valoroso ad altri, nuovi vincoli e legami.

    Ogni inizio contiene una magia
    che ci protegge e a vivere ci aiuta.

    Dobbiamo attraversare spazi e spazi,
    senza fermare in alcun d'essi il piede,
    lo spirto universal non vuol legarci,
    ma su di grado in grado sollevarci.

    Appena ci avvezziamo ad una sede
    rischiamo d'infiacchire nell'ignavia:
    sol chi e' disposto a muoversi e partire
    vince la consuetudine inceppante.

    Forse il momento stesso della morte
    ci fara' andare incontro a nuovi spazi:
    della vita il richiamo non ha fine....

    Su, cuore mio, congedati e guarisci..."
      
                                [Hermann HESSE, Stufen]
     
     
    Improvvisamente,
     
     
     
       Alino
    December 13

    Unbroken flash

     

     

    Je suis allée vers lui pour sa distraction, pour cette faculté inaouie à se tenire en dehors du monde, pour son insouciance.

    Un garçon qui lit Dante va forcément vous surprendre. Un garçon qui espère que vous ne vous appelez pas Béatrice vous annonce la couleur d’emblée: rien à attendre de lui. Un garçon qui lézarde des heures à la terrasse d’un café sans jamais lorgner votre corsage est à vous désesperer des Italiens: moi, ça m’a fait tourner la tete, tout de suite. Un garçon qui ne vous questionne sur rien parce qu’il esccompte la meme attitude de votre part vous promet des conversations pas ordinaires et des silences interminables.

    Un garçon qui ne remarque pas la robe que vous portez exprès pour lui, qui ne remercie pas pour le cadeau que vous lui tendez et qui oublie votre anniversaire vous distrait de l’ennui mortel des couples.

    Un garçon qui se refuse à vous vous fait mieux toucher du doigt l’agacement que suscitent parfois les filles. Un garçon qui ne vous fixe jamais de rendez-vous, qui ne vous annonce jamais quand vous allez le revoir, qui éteint les bougies d’un diner aux chandelles, qui vous offre ses clés en vous priant de ne pas les utiliser, qui ne passe que trois ou quatre nuits par semaine avec vous alors que les semaines comptent, c’et bien connu, sept nuits, vous lui pardonnez tout ou alors vous prenez immédiatement vos jambes à votre cou et vous ne revenez jamais.

    Un garçon qui arrive à neuf heures quand vous l’attendez à huit, qui ne s’excuse pas mais qui vous sourit, qui a la bonne idée de vous inviter en vacances et vous charge de régler les détails matériels avec l’agence de voyages ne fait pas preuve de culot mais de confiance en vous et en votre affection pour lui”.

     

                                                                                                                            [Anna, Un garçon d’Italie]

     

     

    Je n’ai pas totelement renoncé à vous surprendre.

     

     

    Blu,

     

     

    saturn2

     

     

    Alino

    December 11

    Vivement Janvier

     

    Chiedi una pace che perfora il mio cervello, tu, stasera.

    é il pianto, quegli occhi rossi così spesso, la voce rotta, le frasi inconcluse.

    Vieni e stai male, hai il vuoto attorno e hai paura.

    Sai che con me lo puoi fare, sei qua per parlare, per sfogarti e chiedere almeno la tregua della rivelazione, l’apparente bonaccia di chi ha detto, è riuscito a parlare.

    E mi ammiri. Lo fai in modo forse eccessivo, perchè è la fiducia che mi hai dato, incondizionata, potente e sovraccarica di elementi così destabilizzanti che anche io ho finito per vacillare. Non ho perso l’equilibrio, quello non mi riesce più, ma ho incrinato esattamente quello che tu più esaltavi in me.

    Ho capito che non posso aiutarti, questa volta no. E più mi sforzo più peggioro la tua rara capacità di discernimento. Parlo di pretese, di qualità della vita, di rispetto, ma sono fuori luogo, scarico e futile.

    Chiedi allora il contatto, le mie mani, la mia schiena, lì troverai almeno un riparo caldo per le tue lacrime più cocenti, i singulti che non soffochi più. Il tuo pianto corre veloce sulla mia pelle, come se riuscisse a malapena a rendere più salata la superficie.

    Scusami, ma ho momentaneamente perso, inceppato, la capacità di proiettarmi nell’universo dei sentimenti altrui, nel loro futuro. Così con te sbaglio, ti ho già spiegato la situazione, ho chiesto io questa tregua, questa analisi fattuale che tu non vedi in nessun modo.

    Non è cambiato niente per te, per te io basto a rischiarare solo con la mia presenza le prerogative delle tue prospettive sentimentali. Io invece pretendo solitudine che mi fa soffrire in intermittenza. E il vuoto intorno si fa più importante giorno dopo giorno, un’elica che,allo stato attuale, io non so invertire.

    ma io ti domando: gli errori sono di chi li commette, o di chi fa finta di non vederli?

     

    On pourrait estimer que cette offrande c’est bien peu, qu’on est en droit d’attendre davantage que le calme: et pourtant qu’on y songe: combien d’etres dans une vie vous permettent d’etre insouciant, imprévoyant, nonchalant, léger, d’ignorer toute contingence, de vous reposer entièrement sur eux? Combien de personnes vous donnent toutes les réponses et ne vous posent aucune question?

    Moi je ne peux plus l’etre. D’abord c’était une sorte d’innocence, avant que ça ne comprenne tout à fait de quels atouts ça dispose effectivement. C’était une manière de dernière intégrité, une intégrité qui vase perdre, mais qui subsistait encore. C’était cet instant précis, celui des derniers moments, c’est celui de la béauté absolue, de la béauté inaccessible.

    Après il n’y a qu’une longue pause.

     

    Claiming to have my powers rescued,

     

    crossingbell

     

     

     

     

     

     

    Alino

    December 05

    For the record

     

    Agli inizi della mia adolescenza sono in sovrappeso. Non mangio molto, eppure ho quei chili di troppo che mi fanno sentire sempre ‘troppo’, qualcosa in più, fuori posto e ingombrante. Mio padre dice che questa è un’altra conferma del fatto che mi abbiano scambiato all’ospedale con il bambino di un’altra famiglia, mia madre invece rivendica con orgoglio la filiazione in quanto in entrambe le famiglie vi sono sempre stati soggetti ‘in carne’. Io voglio riderci su, ma mi sento non sufficientemente piccolo per poter fare una risata al pari degli altri, credo che il mio ridere sia il frutto di una deformazione per eccesso della mia cavità toracica, troppo grande anch’essa, e quindi da reprimere.

    Poi un pomeriggio d’estate camminando sul bagnasciuga di Mortelliccio, mi resta conficcata nel piede destro una siringa abbandonata. La paura. La corsa. La disperazione e il calvario dei prelievi anonimi per un intero anno per scongiurare il pericolo di un acronimo che nessun dottore aveva il coraggio di pronunciare in mia presenza. Non risulto mai positivo all’HIV, ma le analisi hanno riscontrato ugualmente un leggero disfunzionamento del fegato, una piccolezza che non aveva niente a che fare con la puntura, ma che alterava il valore delle transaminasi. Una cura di 6 giorni risolve il problema nell’immediato. In quindici giorni perdo i chili in più ad una velocità così impressionante da risultare quasi allarmante. Ma anche ora mi sento comunque ‘troppo’, eccessivo e grasso, anche se non c’è un solo grammo in più nel mio corpo.

    A 17 e mezzo sono alto 1e90 e peso meno di 70 kg. Il cibo pesa nel mio stomaco come palle d’acciaio lasciate cadere con troppa forza in un sacco di stoffa. Conosco la quantità esatta delle calorie introdotte in ogni boccone e elimino automaticamente il 50 per cento degli alimenti quotidiani, perchè troppo grassi, o troppo salati, o pieni di olio. Mi guardo allo specchio e le mie anche sono bene in evidenza, in fin dei conti anche loro sono troppo grandi, scomposte.

    Le sensazioni si susseguono con violenza nel giro di un anno e mezzo, di nuovo. Gli eccessi emotivi, lo spiritismo incontrollato, la convulsione dei sensi, la grande malattia stavolta e la grande paura, la vita nuova. E il mio corpo è sempre lì. Longilineo, troppo esile, ricoperto da una pelle quasi trasparente, con le vene più scure marcate con evidenza.

    Poi arriva lo sport:  tanto e subito, serio e continuo che non mi cambia nella corporatura, ma mi rende più elastico e asciutto. Il cibo non è più un problema: conosco ancora piuttosto bene la quantità di calorie che assumo ogni giorno, ma non vi faccio peso; l’unico neo è che ho il sistema digerente ormai corrotto, vi sono infatti degli alimenti che non riesco più ad assimilare molto bene e che mi causano intolleranze, emicranie e crampi.

    Non mi sento ingombrante adesso, o almeno non come prima, ma non basta essere piacevoli per cancellare il timore di occupare una posizione scorretta, di incrociare nei tempi inattesi lo sguardo altrui. Ho somatizzato un malessere che fino a prima era soltanto ‘sociale’ nel senso originario del termine e il contatto che ho sempre cercato in qualsiasi relazione è adesso sublimato per non sfuggire il confronto con una fisicità che per altri motivi, forse opposti, mi è oltremodo scomoda.

    é un periodo di stand-by autoindotto, un fallimento continuo di progetti che fanno meno male nella misura in cui si rivelano inconsistenti giorno dopo giorno, presto la quiescenza. Oro, sì, oro.

    Così incomincio un nuovo percorso di meditazione corporale su più fronti. Dal punto di vista tradizionale-occidentale ho cominciato un corso de ‘Kombat de rue’, una serie, cioè, di pratiche marziali applicate alla vita della strada, come dicono qua. Sono già stato segnalato per partecipare in futuro a dei combattimenti reali. L’energia e la rabbia, la pulsione fisica e pure la libido, passeranno attraverso le mie vene, il mio sudore. Non ho nessun altro obiettivo pratico se non dimostrare che posso generare ancora visibilmente una scarica elettrica. Punto di vista orientale, ho intrapreso una serie di attività di meditazione corporale, da solo o in gruppo, tipo balance, tai-chin, hata yoga, il cui obiettivo su diversi fronti, è quello di spingere all’eccesso il corpo a compiere gesti, movenze, torsioni e rituali complessi e inusuali. I risultati inaspettati, incredibili confermano la forte concettualizzazione che ho fatto subire al mio fisico: la proiezione intellettuale cui è sempre stato sottoposto e incatenato, può ugualmente liberarlo oltre i limiti della sua stessa struttura. Vizi e virtù di una condizione accennata, in filigrana. I risultati apprezzabili che ho potuto constatare, potrebbero essere sufficienti a far rivendicare alle sensazioni un ruolo cardine nella mia percezione, una nuova religione. Sempre di fede si tratta dopotutto. Alla fine il primo posto spetta proprio al corpo, in una mistica autocontemplativa, in un incontro con il dio della carne, in una preghiera che parte da due mani congiunte, per tornare ad esse.

     

    In Amnesia,

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    Alino

    November 21

    Heaven is like San Francisco, isn’t it?

     

    Tendo l’orecchio nel faticato
    di pensier torbido cielo d’inverno,
    in cui forse Eschilo meditò il fato,
                               Dante, l’inferno.
    (Giovanni Pascoli,Voci Misteriose)

     

    Parlano, parlano, parlano. Volevano tutto e il mondo e i suoi difetti, poche chiese e troppe poche strade.

     

    Non ci si fa ad andare avanti. O comunque non con le basi nuove, che pure si devono formare in certe circostanze. é un loop. Ormai l’ho presa così. Non è un discorso di pretese, sarebbe ovvio e vittimistico, l’ho passata questa fase. E la presentazione continua delle stesse fasi, delle categorie relazionali. No, lì non maturo. Anche se si evidenziano delle derive un po’ perverse in questi circoli, cioè, mi rendo conto che si fa strada il turpe, il perverso, la bulimia. Resto di stucco. Incollato al muro di camera mia. Troppo intellettuale il mio modo di pensare e interagire, cerebrale il contatto, che esiste per tutti. Sì, qui inizia e finisce la mia delusione. Cerco tempo per elaborarla. Ma di questo si tratta. E che devo fare allora? Che altro se non accettare e fermare anzitempo al di qua dello specchio.

     

    Quand le silence se fait, tu devines que je repars dans mon malheur. Le territoire de mon malheur est ce lieu que tout le monde occupe. Le malheur est une situation géographique.


    Passerà. La mia vita passerà.

    Ci voglio stare. Io penso tutto il tempo. Io scrivo tutto il tempo. Ogni momento può trasformarsi in parole, può essere un romanzo. Io scrivo tutto il giorno, guardo e so che ogni particolare può diventare uno spunto per la mia arte segreta. é ormai una gioia questa, una grande consolazione. Io mi riempo di pagine tutta la settimana, in metro, in biblioteca, in classe, nei miei licei. Se il reale è in scacco, ebbene io ho le mie pagine. Sono un futuro, sono un burrone, quasi un agonia riflessa e poi gettata con forza sul mio quaderno. Sono appunti, senza senso. Molte pagine poi non verranno mai scritte. Ma ci sono lo stesso. Sono le reminiscenza della mia vocazione interiore. E la scrittura si compone di malessere, di impulsi e di rabbia, di gioia e di respiro affannato. Le poche ore di sonno.

     

    La composition d’un livre emprunte les memes route que l’invention d’une amitié. On cherche celui o celle qui pourrait nous accompagner. Le regard se promène sur une assemblée et, soudain, il identifie une gestuelle qui pourrait lui devenir familière. Ici, j’éprouve les memes difficultés et les memes bonheur que dans l’écriture.

     

    I licei hanno tutti lo stesso odore. Legno all’inizio, fumo vecchio, sempre rinnovato dalle sigarette nei bagni o dei colleghi alle finestre, cibo, e l’odore della polvere riscaldata dagli schermi dei computers. A volte mi sento male, mi manca l’aria. Credo di aver passato tutta la mia vita in un liceo. Non lo trovo giusto, non so perché.


    M’expliqueras-tu pourquoi tu ne parles pas plus souvent? J’aurais besoin que tu me dises des choses, mais tu ne parles pas, ou si peu. Souvent tu baisses la tete vers le bas, dans une geste de résignation.


    Allora io guardo le mie mani. E le comparo a quelle di coloro che mi sono vicini: i ragazzi che interrogo, i professori con cui mangio a mensa, le persone sul mio bus che le tengono seminascoste nelle tasche, tra le pagine di un libro. E allora mi piaccio. Mi sento sereno. Come una mattina da nascondere al tempo al sole che sale.


    Je m’en veux pas de mon silence, Je n’éprouve pas de culpabilité. Non, je suis en train de sauver nos vies de l’oubli. Raconte-t-on jamais autre chose que sa propre histoire? Je ne te dois rien. J’accorde beaucoup d’importance à qui que ce soit, mais tout cela s’inscrit dans une territoire. J’ai mes territoires.

     

    Ma nel delirio, c’è la speranza. C’è quell’ottimismo che mi fa terminare un post malinconico in una perla, tutta mia.

    Per questo per quei pochi che arrivano alla fine di questa pagina non conclusa e senza senso, per me, riporto la più bella pagina di tutta la letteratura teatrale che io conosco. é Harper che parla, è straordinario il suo personaggio. Credo più in me stesso ogni volta che leggo questa pagina. Lasciamola parlare.

    HARPER: “But I saw something that only I could see because of my astonishing ability to see such things: Souls were rising, from the earth far below, souls of the dead, of people who had perished, from famine, from war, from the plague, and they floated up, like skydivers in reverse, limbs all akimbo, wheeling and spinning. And the souls of these departed joined hands, clasped ankles, and formed a web, a great net of souls, and the souls were three-atom oxygen molecules of the stuff of ozone, and the outer rim absorbed them and was repaired. Nothing’s lost forever. In this world, there’s a kind of painful progress. Longing for what we’ve left behind, and dreaming ahead. At least I think that’s so.”

     

     

     

    Periferico,

     

    safe7

     

    Alino