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    August 20

    Processo

     

     

    Diverso, ma al posto di sempre. 

    Questo mi aspettavo da un agosto lungo, tardo che mi ha lasciato a una Parigi semi deserta, addormentata, lenta, anche lei, come le auto che si attardano per i troppi semafori nel boulevard di fronte, come i pochi residenti che attendono l’ultimo métro per la porte de vanves.

    Invece sono lo stesso, in attesa, dislocato, con uno o più traslochi da fare, inconciliabili, segreti, incerti.

    Mancano i silenzi fra i banchi della biblioteca che non riconosco più. Sono le voci, messaggi criptati di cui ho perso il sigillo, a farmi alzare gli occhi, persi nella lettura, verso l’alto, a cercare la conferma di quel sole, tanto piacevole quanto improprio, che non mi abbandona e copre e rallenta e sedimenta i pensieri, cristalli accresciuti, resi belli, ormai altro, lontani da me.

    Cammini tortuosi, disciolti che un tempo avrei preteso di chiarire, di ripulire, ora mi mettono davanti la loro incompiutezza.

    Non c’è altro da dare. Dopo l’ascolto c’è la noia ingenua, l’atteggiamento infantile e egoista, le scarne prodezze di un cuore vago.

    E vanamente cerca la ripetizione.

    Trasloco, processo, sorpasso.

    Sorpasso le accuse e il vuoto che creano. Non c’è rimedio, non c’è giustificazione da aggiungere. L’errore sincero è riconosciuto, il resto non può restare sospeso. E lo metto da parte.Stia bene o no.

    Allegoria, sogni, dialoghi.

    Un lungo dialogo cela l’interesse, sorride con gli occhi, salta e sospira. E ha ancora voce. Sono le mani che corrono sopra un divano e ricreano la sagoma assente, o memorizzano quella presente. Il sonno cercato e le tracce evidenti di una voluttà eccessivamente cannibalesca. Se è perso questo, se questo è noia, stia bene nuovamente. Saprò accettarlo, dormendo e lottando, correndo e arrivando a contorcere le gambe in una nuova tecnica meditativa.

    Visioni, processioni, guerra.

    La guerra, ansia generale, influenza secolare, mi ha tolto il libero arbitrio. Sono le montagne di sabbia e i vestiti sporchi della prigionia che cerco di eternizzare, dal basso, per riprendermi parte della visuale.

    Con il cielo notturno, i parchi silenti, le statue che grondano pena, alcune debole grida riesco ancora a sentire. Le scie fra il firmamento. Frammenti di polvere, bambini lasciati giocare troppo lontani dalle loro madri.

    Rinasco, incido sulle mani, abbandono gli orologi, la palinodia di un infecondo,

     

       processo a me stesso.

     

     

             Declamante (delirante),

     

     

     

    processo02

     

     

     

    Alino


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